Quelli che giocano sempre in casa

Una palla rotonda te la può restituire anche un muro, una palla ovale può passartela solo un amico”. Germana De Angelis, presidente dei Bisonti Frosinone Rugby

di Gigi Marchitelli

È tempo di Seinazioni e anche se la classifica di questo prestigioso torneo non va affatto bene – sembra che l’Italia stia facendo collezione di “cucchiai di legno”, poco ambito trofeo di chi arriva ultimo in classifica perdendo tutti gli incontri – è bene dedicare un po’ di spazio alla palla ovale e al rugby, lo sport che, come ha detto qualcuno “è come una partita a scacchi giocata in velocità”. Lo facciamo attraverso una prospettiva particolare e due documentari.

In principio c’è “La Drôla” o meglio Walter Rista che l’ha pensata e fortemente voluta. Walter Rista, torinese, è un ex giocatore della nazionale (dal 1968 al 1970, anni in cui il rugby italiano non era nemmeno considerato) che ha ideato il progetto “Ovale oltre le sbarre”. L’idea nasce da lontano: da uno scontro – fortunatamente senza conseguenze – tra due autobus in Argentina, nel 1970, durante un tour della nostra nazionale. L’altro autobus era pieno di detenuti e questa circostanza ha fatto nascere l’idea a Walter: il rugby, con le sue regole e la sua disciplina, è ciò che serve per la riabilitazione di persone che hanno sbagliato e devono ritrovare la strada giusta. L’idea rimane lì, ma poi un amico, qualche anno fa, gli passa un telefono e gli dice: parla con questa persona. È Pietro Buffa, il direttore del carcere Lorusso e Cutugno di Torino (per tutti i torinesi: le Vallette). Gli disse di andare da lui il giorno dopo. Gli chiese se qualcun altro avesse portato il rugby in carcere prima di lui, se qualcuno cioè si fosse assunto questo rischio. Rista disse no, forse nemmeno nel resto del mondo. Buffa gli rispose: “Ok, allora saremo noi i primi”. E l’avventura ebbe inizio. “La Drôla” (in piemontese: una cosa strana, bizzarra, eccentrica, tanto curiosa da essere quasi inverosimile) è la prima squadra di carcerati tesserata dalla FIR (Federazione Italiana Rugby) nel 2011, gioca nella serie C2 e ha avuto anche buoni piazzamenti in classifica. Ovviamente, giocando tutte le partite “in casa”, nel campo da gioco del carcere.
Ma se ne parlo qui è perché qualcuno ha raccontato questa storia molto meglio di me: Liberi a Meta(‘) \ Try Freedom è un documentario del regista torinese Gughi Fassino, prodotto nel 2013 da Minimum Fax Media. Non è facile trovarlo in giro e nessuna piattaforma a pagamento lo distribuisce, ma potete vederlo integralmente sulla piattaforma gratuita Culture Unplugged, specializzata in documentari di tutto il mondo. Il documentario inizia sul campo di gioco, alla fine di una partita sotto la neve che, dal linguaggio colorito utilizzato dai giocatori, non dev’essere andata troppo bene. Siamo agli inizi dell’esperimento, quasi nessuno dei carcerati che hanno dato la loro disponibilità ha mai giocato o anche solo visto giocare a rugby, nessuno ne conosce le regole. Lentamente si costruisce la squadra, i carcerati valutano l’impatto della novità sulla loro vita quotidiana, vedono che i ghetti interni al carcere (africani con africani, romeni con romeni, sudamericani con sudamericani) per loro, che rappresentano tutti i microcosmi, non valgono più: hanno una passione in comune, il rugby e ora ci credono anche loro. La scommessa di Walter è vinta, il campionato decolla.

Oggi le squadre all’interno di carceri italiani sono dieci e altri progetti erano in attivazione prima dell’emergenza covid: questo grazie anche alla FIR che ha creduto nel progetto e lo ha sostenuto con “Il rugby oltre le sbarre”. Ma va dato atto che, oltre a questo progetto, la FIR ne sostiene anche molti altri per il sociale, come il Rugby integrato (la partecipazione all’attività rugbistica ad atleti con disabilità psichiche e intellettive) o il progetto migranti, con regole che permettono l’iscrizione ai club e la formazione sportiva ai migranti e ai richiedenti asilo. Un bell’esempio per altri sport, magari più ricchi.

Ma è tempo di parlare dei Bisonti, nati nel 2013 nella sezione di alta sicurezza del carcere di Frosinone per iniziativa di Germana De Angelis, tutt’ora presidente della squadra, anch’essa attiva in serie C. La loro storia è raccontata in un documentario in sei puntate di circa mezz’ora realizzato da Christian di Mattia e disponibile dal 6 gennaio su Amazon Prime. Il documentario parte dalla fondazione della squadra e la segue per alcuni anni, fino al 2016, dando spazio ai giocatori/carcerati e alle loro storie: il capitano, Prezioso (Precious Orobor) e poi Alfredo, Domenico, Gaetano detto Masaniello che gioca la sua ultima partita prima di essere rilasciato. E soprattutto Germana, anima e punto di riferimento della squadra.
“I Bisonti sono liberi!” è il loro motto, ma se la libertà si consegue solo con l’estinzione della pena, il rugby in carcere unisce le persone, migliora la detenzione, aiuta la società nel recupero di queste persone.
Oggi i Bisonti non sono più a Frosinone: come spiegano loro stessi: “un tentativo di evasione nel marzo 2017 ha scosso il carcere di Frosinone, interrompendo qualunque attività esterna, per permettere alla Direzione di effettuare le indagini. La Direzione ha avuto il merito e la benevolenza di farci giocare l’ultima partita di quel campionato ma non è stato possibile riprendere la stagione 2017-2018 a Frosinone. Per questo motivo a settembre, in due settimane, abbiamo radunato un gruppo allargato di nuovi volontari, col benestare della FIR, per non far morire il progetto e tenere le maglie ai ragazzi di Frosinone finché non verrà autorizzata di nuovo l’attività in quella prigione. In attesa di riprendere a Frosinone e riportare le maglie ai legittimi proprietari, da Novembre 2017 il nostro allenatore Stefano Scarsella ha cominciato ad insegnare il Rugby ad un gruppo di detenuti comuni nel carcere di Rebibbia“.

Entrambi i documentari, oltre a rendere evidente il valore sociale dello sport, aprono una finestra sul mondo del carcere. Sono particolarmente sensibile al tema perché a Rebibbia ci sono stato un anno e mezzo (non per le mie malefatte, ma per seguire un progetto di digitalizzazione di archivi realizzato da una cooperativa di detenuti dell’alta sicurezza) e conosco bene il bisogno primario di normalità che sentono quelle persone. Ecco, oltre a tutti gli altri benefici, il rugby porta in carcere una quotidianità fatta di allenamenti, partite, incontri umani, terzi tempi che, per i ritmi del carcere, si avvicinano alla normalità della vita “fuori”. E non è poco.

Liberi a Meta(‘) \ Try Freedom di Gughi Fassino
Produzione: Minimum Fax Media
Nazione: Italia
Anno: 2013
Genere: documentario
Durata: 56’16”
Visibile su Culture Unplugged.

Bisonti di Christian Di Mattia
Produzione: Explora
Nazione: Italia
Anno: 2018
Genere: documentario
Durata: sei puntate da 30′
Disponibile su Amazon Prime.

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