Roubaix, un bellissimo (e faticoso) inferno

Hinault l’aveva definita una “porcheria”. Ma è davvero così? Ecco il racconto in prima persona di un “non professionista” che l’ha corsa per la prima volta: emozioni e divertimento sono stati superiori alla fatica

di Marco Aruffo

Per chi ha una certa età la Paris-Roubaix è l’enfer du nord, l’inferno del nord: le pietre, la fatica e, se piove, il fango, la rendono stoica, epica e eroica. Per chi è cresciuto col ciclismo ci sono le vittorie italiane dei fratelli Serse e Fausto Coppi (1949 e 1950), di Antonio Bevilacqua (1951, davanti a Louison Bobet), Felice Gimondi (1966), Francesco Moser (1978, 1979, 1980), Franco Ballerini (1995, 1998), Andrea Tafi (1999) e Sonny Colbrelli (2021) che avvolgono questa gara con un alone di leggendaria insensatezza.

 Penso anche a Bernard Hinault che dopo la vittoria nel 1981 con la maglia di campione del mondo disse: “Questa non è una corsa! Questa è una porcheria! Non la farò mai più!”. In realtà, la corse ancora una volta l’anno dopo.

Bernard Hinault vince la Parigi-Roubaix nel 1981 battendo in volata Roger De Vlaeminck e Francesco Moser

È stato quasi un atto dovuto decidere di parteciparvi dal momento in cui anche per la P-R esiste la versione per cicloamatori: la Challenge, appunto.

Tre le possibilità: il lungo da 170, il medio da 145 e il corto da 70 km. Ero convinto di essermi iscritto al percorso medio di 140 km e invece mi arriva la conferma dell’iscrizione al percorso più lungo. Scrivo un’email all’organizzazione chiedendo di poter rettificare la scelta: mi rispondono che no, non è possibile. Mio fratello Nando (che crede di sapere tutto del ciclismo soltanto perché ha seguito una decina di Giri d’Italia però in macchina) mi dice che il circuito della Roubaix consente di tagliare il percorso. Io invece non ho dubbi, il cicloamatore vero non accorcia i percorsi. Accolgo i miei 170 km come un segno del destino: se lungo dev’essere, che lungo sia. i 170 km diventano una sfida niente male: i settori di pavé sono 30, gli stessi percorsi dai professionisti, per un totale di 54,8 km; è come alzare l’asticella e buttare il cuore oltre l’ostacolo, lo stimolo di programmare e compiere un’impresa improbabile che fa diventare un’utopia concreta, una leggenda realtà.

Mi ero iscritto due anni fa alla P-R ma il Covid fece annullare la manifestazione e questa del 2022 è stata un’occasione da non mancare.

La mia preparazione non è stata molto intensa. Certo, gli allenamenti strutturati si sono susseguiti con una certa regolarità ma, seguendo le tabelle di Alessandro Proni, ho fatto pochissimi “lunghi” non superando mai i 120 km confermando una mia convinzione che la qualità delle uscite è più efficace della loro lunghezza: più precisamente uscite di 2:30-3 h, max 4h con un recupero appropriato. Un collaudo attendibile è stato l’aver corso il medio di 86,8 km delle strade bianche anche se la ghiaia-sterrata non ha nulla a che vedere col pavè.

Per la parte logistica (viaggio aereo, iscrizione, alloggio, nolo bici e logistica) mi sono rivolto a Bike-Division di Andrea Tonti che conosco da anni e comprende al volo le esigenze dei ciclisti.

E veniamo al momento del dunque. Volo aereo venerdì Ancona-Charleroi, trasfermento fino a Roubaix all’hotel Ibis di Tourcoing dove ci sono Armando, Daniele e Diego, che mi spiegano le cose essenziali, regolano la bici alle mie misure, una Olmo in carbonio con freni a disco, cambio Sh 105, copertoncini Continental da 30 mm. Conosco il gruppo dei partecipanti e si crea subito un ottimo spirito di corpo.

Alle 17:00 appuntamento per la sgambata prodroma alla gara del giorno dopo con Diego che ci guida verso i settori di pavè n. 4 Carrefour de l’Arbre di 2.1 km 5 stelle e quello n. 3 Gruson di 1.1 km con 2 stelle. Sono i settori finali, che si percorrono prima dell’arrivo e Diego ci spiega che l’Arbre è uno dei settori più difficili e, con la stanchezza accumulata dopo 150 km, si può approfittare e pedalare sui passaggi di terra strettissimi ai bordi della strada.

Si vanno a ritirare i pettorali al velodromo e si raccoglie subito la prima emozione nel vedere lo storico anello e visitare le docce in graniglia con le targhette dei vincitori.

Torniamo in albergo dopo aver percorso una cinquantina di km, tra battute e risate, molto convinti e gasati. Cena spartana come si conviene ai ciclisti: pasta in bianco con prosciutto che solo i francesi possono chiamare “alla carbonara” ma che per noi va benissimo. Ci diamo la buonanotte prestissimo perché l’indomani è scandito da una serie di appuntamenti: il primo la colazione dalle 3:00 alle 3:30. Cerco di assorbire calorie con panini al prosciutto cotto e pancake con marmellata; alle 4:00 trasferimento in bici al parcheggio vicino al velodromo per caricare i nostri mezzi sui rimorchi e partire alle 5:00 su comodi autobus per raggiungere la partenza a Busigny.

La partenza è alla francese dalle 7:00 alle 7:30 e lungo il trasferimento in bici vedo tanti ciclisti che si fermano ai bar per fare colazione ma io tiro dritto per cercare di partire prima possibile. Non so quanto tempo potrei impiegare ma ho l’obiettivo di arrivare al velodromo prima delle 15:15 quando avrebbero chiuso il passaggio ai cicloamatori per poter permettere l’arrivo alla gara delle donne.

I primi settori di pavè si percorrono con entusiasmo, ci si ricorda delle scorribande da ragazzini quando le strade asfaltate erano veramente poche ma poi, mano a mano che i settori di pavè aumentano, si cambia approccio: il pavè bisogna aggredirlo! L’ideale è affrontarlo a velocità sostenuta, scegliere il percorso più regolare (di solito è al centro della carreggiata dove le pietre sono più regolari e complanari o addirittura si trova l’erba che riempie gli spazi tra una pietra e l’altra) ma poi è difficile mantenere il passo perché i tratti sono abbastanza lunghi. Si finisce ogni settore praticamente sfiniti. Bisogna cercare soluzioni alternative e preferire i percorsi laterali di terra battuta o anche ricoperti d’erba che sono più confortevoli da percorrere ma spesso sono impediti da buche o pietre che sporgono e in questi casi è meglio saltare con la bici per superare il gradino e ritornare sul pavè.

Noi siamo stati fortunati perché la giornata è stata bellissima, il terreno era asciutto, ben battuto, e le pozzanghere erano rare.

Già dal 16-17esimo settore si cominciano ad accusare le vibrazioni che indolenziscono le braccia e le mani. Decido di non fermarmi ai rifornimenti (ce ne sono tre lungo tutto il percorso). Non vedo l’ora di affrontare il Trovèe d’Aremberg, settore 19, per la fama di essere lo spauracchio di tutta la gara. Alla fine del settore ci sarà il gazebo Bike Division con viveri e assistenza. Imbocco il pavè a tutta velocità, il primo tratto è in discesa ma non me ne accorgo, perché le pietre sono talmente sconnesse e sporgenti che frenano la corda; cerco di pedalare con forza ma la catena mi salta tra il telaio e il plateau e non riesco a farla risalire in corsa così mi fermo e la sistemo con le mani. Perdo le ruote del gruppetto con cui dividevo la fatica e continuo da solo ma prima della fine mi accorgo di aver forato la ruota anteriore che però regge fino all’assistenza Bike-Division. Arrivo e subito Daniele mi sostituisce la camera d’aria, Diego mi informa che sono in largo anticipo sulla tabella di marcia e che ce la farò a raggiungere l’arrivo molto prima della chiusura di percorso: “il più l’hai fatto, gli altri settori sono più facili (un eufemismo n.d.r.) devi fare attenzione al Carrefour de l’Arbre perché è lungo e il pavè è ostico”. Mi preparo così per la seconda metà della prova: mangio un Mars, bevo, tolgo gambali e manicotti e sostituisco il sotto-casco con un più leggero cappellino da bici con la visiera alla colombiana. Riparto e la lingua d’asfalto mi sembra di velluto. Ho la fortuna di raggiungere un gruppetto che sembra avere un passo compatibile col mio. Proseguo di buona lena ma la fatica, che dopo la sosta sembrava diminuita, riprende poco dopo a farsi sentire.

Al settore 16 Warlaing à Brillon sono al centro della carreggiata e cerco di andare a tutta ma un ciclista alla mia destra che va più lento sbanda, forse il manubrio si gira per una buca, e cade. Riesco ad evitarlo per un pelo! I riflessi, con la stanchezza, non sono al massimo bisogna sempre stare all’erta cercando di prevedere le sorprese.

Purtroppo un’altra criticità si verificherà al settore 13° Orchies quando evito il pavè percorrendo una striscetta di terra battuta. Chi mi precede è costretto a frenare bruscamente per evitare a sua volta il ciclista che ha davanti; si verifica un tamponamento a catena e riesco a non cadere mettendo il piede a terra. Forse avrei potuto evitare l’impatto svirgolando a destra ma la stanchezza ha attanagliato i riflessi.

Il prossimo obiettivo è il Carrefour de l’Arbre. Quando vedo l’arco col numero 4 ho un senso di liberazione, però devo ancora percorrerlo e completarlo. Lo faccio non senza timori e do fondo a tutte le mie risorse: è un tratto abbastanza lungo, in leggera salita, con una curva insidiosa a 90°. Lì è caduto Davide Ballerini nell’ultima Parigi-Roubaix dei professionisti e tra le pietre ci sono dei solchi.  Quando vedo il ristorante l’Arbre capisco che sono giunto al termine e mi risollevo. Mancano una ventina di chilometri all’arrivo. È una passerella molto piacevole, rispondo al saluto dei bambini lungo la strada, faccio i complimenti ad un veterano belga con divisa e bici Peugeot degli anni ‘70 che ha uno stile e una pedalata perfetti. Raggiungiamo finalmente Avenue Roger Salengro e quando l’addetto ci fa entrare nel tappeto di pavè rappresentativo con le pietre d’inciampo dei vincitori cementate a terra abbiamo iniziato a scambiarci i saluti. L’ingresso nel velodromo è da pelle d’oca come dice Riccardo Magrini nelle sue telecronache: apprezziamo gli applausi, l’adrenalina che ritorna ai livelli normali e per miracolo, lì per lì scompare anche la stanchezza.

Dopo l’arrivo, una signora sorridente ci consegna la medaglia Finisher della Challange. Infine festa agli stand del velodromo in attesa dell’arrivo delle donne che ci regala un’altra somma soddisfazione con la vittoria di Elisa Longo Borghini. È stata davvero una giornata indimenticabile.

  • Marco Aruffo, architetto, 61 anni, è il fratello del nostro direttore Nando (ed è già un buon inizio). Ha svolto attività agonistica da ragazzo e si è fermato al termine della categoria allievi, quando ha preferito altri tipi di corsa a quella ciclistica. Il suo miglior risultato è stato un sesto posto in volata al Trofeo Amaro Taccone a Massa d’Albe in Abruzzo. Dopo un paio di decenni d’attività ha ripreso con maggiore lena. Nel 2019 so è laureato campione d’Italia Rotary nella categoria 55-65 anni. Oggi percorre quasi 15.000 chilometri l’anno, affidandosi ai metodi di allenamento che propone Alessandro Proni e ai ciclo-viaggi di Bike Division.

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