Guerra Fredda

Questo gioco è una tana di coniglio. Dopo sole quattro mosse ci sono 300 miliardi di opzioni da considerare. Ci sono più partite da quaranta mosse che stelle nella galassia. Quindi, si può arrivare pericolosamente al limite” (William Lombardy in La grande partita)

di Gigi Marchitelli

Dunque, ci sono un prete, un orfano e un avvocato… No, non è una storiella divertente, è il film che ho visto questa settimana. Quale sport? Subito al punto, non volete perdere tempo, è così? Bene, parliamo dello “sport più violento che esista” (le virgolette dicono che l’aforisma non è mio, ma di un grande campione di questo sport, Garry Kimovič Kasparov): gli scacchi insomma.
Comunque, dicevo, ci sono un prete, un orfano e un avvocato e no, non è una storiella, ma è l’armata degli Stati Uniti d’America per vincere la Guerra Fredda contro l’Unione Sovietica, battendola in un campo dove non c’era trippa per gatti: dove i sovietici, insomma, tra gli anni ’50 e gli anni ’80 non avevano davvero rivali. Beh, uno c’era…

Il film è La grande partita, titolo originale Pawn Sacrifice, del 2014, diretto da Edward Zwik e sceneggiato da Steven Knight. Il protagonista è l’orfano, Bobby Fischer, finora l’unico scacchista statunitense ad essere diventato Campione del mondo, interpretato da Tobey Maguire. L’avvocato è Paul Marshall (Michael Stuhlbarg), un “patriota” che manovra Fisher per conto dell’FBI o della CIA o qualcosa del genere, spianandogli la strada verso il campionato del mondo: procura soldi, limousine nere, arance, cose così. Il prete è William Lombardy (Peter Sarsgaard), Grande Maestro e primo statunitense a vincere il Campionato mondiale juniores, che farà da secondo a Fischer e, diciamo, porta un po’ di saggezza e di equilibrio alla storia.
Ah, poi c’è l’avversario, il Campione del mondo in carica, naturalmente sovietico: Boris Spasskij, interpretato da Liev Schreiber (che oltre ad essere attore è anche regista: vi dice niente Ogni cosa è illuminata?).

“Qual è il piacere massimo in un incontro di scacchi? Quando spezzo il suo ego. Gli si spacca il mondo dentro” (Bobby Fischer in La grande partita). Bobby sa di cosa parla: una delle tracce del film è appunto la paura che questo capiti a lui stesso. Perciò non si presenta agli incontri, alza continuamente le sue pretese a contratti già chiusi, si dice da sé di essere il migliore e di non doverlo dimostrare.
Non era facile rappresentare in modo efficace e credibile un personaggio sopra le righe come Bobby Fischer: paranoico, maniaco dei complotti comunisti ed ebrei (lui, figlio di comunisti ed ebrei), ipersensibile, ossessivo. E, in generale, dirigere un film sul mondo degli scacchi non è un’impresa facile: un ambiente chiuso ed elitario, crudele psicologicamente, dove per giocare ad alti livelli bisogna rinunciare a tutto. Uno scacchista ha una vita dettata dalle 64 caselle della scacchiera che diventa campo di battaglia continua, sfida contro se stesso e l’avversario
Per questo il regista Edward Zwick sceglie un taglio psicologico e storico, trasformando lo scontro di Fischer e Spasskij come lo svolgimento in campo scacchistico della Guerra Fredda tra Usa e Urss che in quel momento storico era al suo culmine. Mentre Tobey Maguire ce la mette davvero tutta per dare vita a un Bobby Fischer convincente, lucidamente folle, genialmente disperato.
Ma vanno citate anche l’ottima fotografia di Bradford Young e la colonna sonora, sia per le musiche originali di James Newton Howard che per la selezione dei brani che ci riportano magicamente a quegli anni a cavallo tra i ’60 e i ’70 (ricordo solo White Rabbit cantata da Grace Slick, psichedelica, ipnotica).

Il film parte dall’infanzia di Bobby, cresciuto con la sola madre e una sorella, piccola famiglia proletaria ma già sotto osservazione da parte dell’FBI perché la madre, appunto, è comunista e frequenta i circoli comunisti. Segue il tortuoso percorso che lo porta alla sfida finale con Spasskij a Reykjavik, in Islanda, nel 1972 per il titolo mondiale. Arrivato a Reykjavik in ritardo, Bobby perde il primo incontro per un errore da principiante ed entra in crisi, avanzando assurde pretese all’organizzazione su dove e come giocare. Dopo le pretese non soddisfatte non si presenta la seconda, perdendo a tavolino. Sotto di 2-0 e con la minaccia di non presentarsi più sembra finita, e solo la sportività di Spasskij, che accetta le condizioni di Fischer contro il volere del partito, permette di continuare la sfida.
Il film si ferma alla sesta delle 24 partite in cui è articolato il torneo, quella decisiva, che Fischer vince con uno schema geniale e innovativo ed è definita “la più grande partita di scacchi della storia”. Il risultato finale, 12 1/2 a 8 1/2 per Fischer viene affidato ai titoli. Poi, in pochi minuti, la vicenda si chiude sulle immagini del vero Bobby Fischer che arriva a Reykjavik nel 2005, dopo essere stato arrestato, perseguitato e aver condotto una vita da vagabondo e disadattato. Sembra vecchissimo, afferma che il gioco degli scacchi non è che la ricerca della verità. E lui cerca la verità. Ha appena 62 anni e tra altri tre sarà già morto.

Tuttavia, il quadro non sarebbe completo se non tenessimo conto dell’avversario. Contro chiunque altro, Bobby avrebbe perso. Non perché Spasskij non fosse bravo (era decisamente bravo) ma perché si rifiutò di vincere a tavolino, regolamenti alla mano. Boris era uno sportivo a 360 gradi. In gioventù è stato un ottimo atleta: a vent’anni correva i 100 metri piani in 10 secondi e 4 decimi. Gli piaceva fare lunghe camminate alternate a corse nei campi e tra i boschi. Inoltre era un ottimo giocatore di tennis e di ping pong. Si diplomò in educazione fisica ed è stato insegnante. È una persona particolarmente simpatica, divertente, corretta e leale e anche quando perse il titolo mondiale, non ha mai mostrato rancore nei confronti di Fischer. Perché, come scacchista, lo capiva e lo rispettava. Come rivela chiaramente questa lettera, scritta nel 2004 al presidente degli Stati Uniti George W. Bush, in un momento per Fischer di grande difficoltà:

Signor Presidente, 
nel 1972 Bobby Fischer divenne un eroe nazionale. Mi sconfisse nel match per il campionato del mondo a Reykjavik, sbaragliando l’armata dei grandi scacchisti sovietici. Un solo uomo sconfisse un’intera armata. Poco dopo, Fischer smise di giocare. In questo, rievocò la triste storia di Paul Morphy che, a 21 anni, creò intorno a sé un’aura di leggenda sconfiggendo tutti i principali maestri europei e aggiudicandosi ufficiosamente la palma di campione del mondo. Poi smise di giocare e la sua esistenza si concluse tragicamente a New Orleans nel 1884, quando aveva solo 47 anni.
Nel 1992, vent’anni dopo Reykjavik, avvenne il miracolo. Bobby ricomparve e disputammo un match in Jugoslavia. Tuttavia, in quel periodo, era in vigore contro la Jugoslavia un regime di sanzioni che impediva ai cittadini americani di intraprendere qualunque tipo di attività nel territorio di quel paese. Bobby violò le disposizioni del Dipartimento di Stato e il 15 dicembre 1992 la corte distrettuale degli USA emise contro di lui un mandato di arresto. Io invece sono cittadino francese dal 1998 e il governo non ha intrapreso alcuna misura contro di me.
Dal 13 luglio 2004, Bobby è detenuto nel carcere dell’aeroporto di Narita per violazione delle leggi sull’immigrazione. Gli eventi sono stati riportati dai media. La legge è legge, non lo metto in dubbio, ma quello di Fischer non è un caso comune. Bobby ed io siamo amici dal 1960, quando vincemmo ex aequo al torneo di Mar-del-Plata. Bobby ha una personalità tormentata, me ne accorsi subito: è onesto e altruista, ma assolutamente asociale. Non si adegua al modo di vita di tutti, ha un elevatissimo senso della giustizia e non è disposto a compromessi né con sé stesso né con il prossimo. È una persona che agisce quasi sempre a proprio svantaggio.
Non voglio difendere o giustificare Bobby Fischer. Lui è fatto così. Vorrei chiederle soltanto una cosa: la grazia, la clemenza. Ma se per caso non è possibile, vorrei chiederle questo: la prego, corregga l’errore che ha commesso François Mitterand nel 1992. Bobby ed io ci siamo macchiati dello stesso crimine. Applichi quindi le sanzioni anche contro di me: mi arresti, mi metta in cella con Bobby Fischer e ci faccia avere una scacchiera

Boris Spasskij, decimo campione del mondo di scacchi.

“Di solito c’è solo una mossa giusta. In realtà, ce n’è una soltanto” (Bobby Fischer in La grande partita).

TRAMA

Guerra Fredda. Ascesa e il declino del prodigio degli scacchi Bobby Fischer (Tobey Maguire), il quale si ritroverà invischiato nella lotta tra le due superpotenze mondiali a sfidare da solo l’impero sovietico, fino al duello finale contro Boris Spasskij (Liev Schreiber).

La grande partita di Edward Zwik
Titolo originale: Pawn Sacrifice
Nazione: USA, Canada
Anno: 2014
Genere: drammatico
Durata: 114′
Distribuito in Italia sulle piattaforme Rakuten.tv, Google Play, Amazon Prime, Chili e su Infinity per gli abbonati.

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