Adios, Diego

Su Maradona, decine di film, libri, canzoni. Questo di Kusturica è forse l’unico documentario interamente dedicato a Diego.

di Gigi Marchitelli

Secondo Asif Kapadia , che lo scorso anno ha portato a Cannes il più recente documentario su Maradona (Diego Maradona, Regno Unito, 2019) esiste Maradona, il più grande calciatore del mondo, il campione eccessivo, inarrivabile, genio e sregolatezza, grande anche nei vizi e nella caduta; e al tempo stesso c’è Diego, il ragazzo cresciuto a Villa Fiorito, uno dei luoghi più poveri di Buenos Aires, preoccupato per la sua famiglia, generoso, autentico.
I due personaggi convivono e si influenzano reciprocamente e la loro dialettica è ciò che affascina Kusturica, che azzarda un parallelismo con i personaggi dei suoi film, da “Ti ricordi Dolly Bell?” – con la scoperta che i poveri, attraverso la loro sofferenza, sono gli ultimi nobili rimasti al mondo –  fino a “Gatto nero, gatto bianco”, dove uno dei protagonisti è anche “il peggior nemico di se stesso”.

Nei tre anni in cui Kusturica ha costruito il suo documentario – caotico e contraddittorio quanto si vuole, ma autentico – seguendo Maradona nei suoi spostamenti, coinvolgendo le reciproche famiglie, viene fuori soprattutto Diego: le sue passioni politiche, l’amicizia con Fidel, Chavez, Evo Morales, il racconto della caduta nella tossicodipendenza e la lotta per uscirne, e sopra ogni cosa il suo rapporto totale e sacrale con il gioco del calcio.
“La pelota no se mancha”, la palla non si sporca, dice Diego: “Segnare un gol davanti a centomila persone come quello contro l’Inghilterra per me era la normalità, era il mio gioco, era la mia vita. Quando scendevo in campo ero come tutti voi e potevo parlare con voi, come uno di voi. Quando passavo la linea di metà campo, comandavo io… Ma che giocatore vi siete persi! Avrei potuto fare molto di più, ma io sono la mia stessa colpa. E non posso rimediare”.

Il racconto è inframmezzato dalle immagini di un Diego bambino già considerato calciatore inarrivabile dai suoi compagni di gioco, dai riti della Chiesa Maradoniana (che, con molta ironia e autoironia, esiste davvero), con le immagini dei suoi goal, bellissimi e “democratici” (nel senso che Diego si impegnava al massimo sempre, sia che giocasse ai mondiali con la maglia della nazionale o nei campetti di periferia), con il tormentone del “goal del secolo”, il secondo segnato all’Inghilterra ai mondiali del Messico, il 22 giugno 1986 (il primo è quello della “mano de Dios”). Vediamo anche, nel finale, un Diego divertito mentre ascolta per strada Manu Chao che canta  “La vida tombola”, (La vita è una lotteria) in cui dice “se io fossi Maradona, vivrei come lui”.

A differenza di altri film c’è poca Napoli nel racconto di Kusturica, ma questo, in fondo, non è male: Maradona è stato più di Napoli, più dell’Argentina, più del calcio stesso. E, come si rammarica Diego davanti alla telecamera, avrebbe potuto essere molto di più ancora, se non fosse per la maledetta cocaina.

Maradona è stato davvero il dio del calcio e come tale si rivela, per come ce lo fa conoscere Kusturica, in tutta la sua fragilità, in tutta la sua umanità.

Adios, Diego.


TRAMA
Diego Armando Maradona nei suoi luoghi – Argentina, Cuba, Italia – raccontato da Emir Kusturica: il campione, il dio del calcio, ma soprattutto l’uomo, con la sua autenticità, la sua fragilità, la sua grandezza.

Maradona di Kusturica di Emir Kusturica
Titolo originale: Maradona by Kusturica
Nazione: Spagna, Francia
Anno: 2008
Genere: documentario
Durata: 90′

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