Wimbledon / Wembley, due passi sull’erba

La mia grande passione è il jazz, in particolare il Dixieland. Questo non impedisce che mi venga la pelle d’oca ogni volta che ascolto Stelutis Alpinis, ma è la voce del sangue: il jazz… Ecco, io vorrei una squadra jazzistica, un gran lavoro d’assieme, un enorme affiatamento e all’improvviso l’uscita del solista”. (Enzo Bearzot)

di Gigi Marchitelli

In questo mese particolarmente favorevole allo sport italiano (mettiamo nel conto anche la qualificazione della squadra di pallacanestro maschile alle Olimpiadi) l’11 luglio rimarrà certamente una data importante, segnata da due eventi che si incrociavano nello spazio e nel tempo ed avevano per protagonisti atleti italiani: Matteo Berrettini, unico tennista italiano ad essere arrivato alla finale del torneo di Wimbledon e, poco dopo, la nazionale italiana di calcio, finalista ai campionati europei sul campo di Wembley.
Ecco, per la recensione della settimana questa strana congiunzione astrale è lo spunto per segnalarvi due libri che sono qualcosa di più che “libri di sport”: due testi documentatissimi e dettagliati, che si leggono però d’un fiato, come fossero romanzi, e descrivono eventi che si collocano all’apice dello sport del XX secolo. Uno è ambientato a Wimbledon e racconta nientemeno che “la più bella partita di tennis di tutti i tempi” (e se questo appellativo è sottoscritto da Gianni Clerici dobbiamo senz’altro fidarci). L’altro a Barcellona, ma ha per protagonista la nazionale di calcio italiana che il 5 luglio 1982, battendo la fortissima rappresentativa del Brasile, si apre la strada verso il terzo titolo mondiale.

Partiamo dal tennis. Il libro è Terribile splendore. La più bella partita di tennis di tutti i tempi di Marshall Jon Fisher. La più bella partita di sempre, dentro il libro più bello mai scritto intorno al tennis. Se credete che Federer vs Nadal abbiano rappresentato la vetta emotiva di questo sport, dopo questo libro guarderete il tennis da un’altra prospettiva. Verrete proiettati in un tempo che non c’è più e assisterete dal centrale di Wimbledon alla semifinale di coppa Davis tra Germania e Stati Uniti. Da una parte quello che sarà il primo uomo a completare il Grande Slam e dall’altra un aristocratico barone il cui aspetto e lignaggio rappresentava la sintesi perfetta della propaganda ariana. Da una parte Donald Budge, dall’altra il barone von Cramm. Un figlio della classe media cresciuto a jazz e campetti di periferia contro uno che andava a cavallo quando gli altri non sapevano ancora leggere o scrivere. Anno: 1937. Luogo: Centrale di Wimbledon. Posta in gioco: la libertà (quella vera).

Wimbledon

Se da soli questi presupposti dovrebbero invogliare alla lettura, in realtà il libro è molto di più. Marshall Jon Fisher usa quella partita come il prisma della celebre copertina dei Pink Floyd. Il tennis entra come un fascio luminoso e si riverbera in mille luci. Ogni luce una storia. Quella del Grande Bill Tilden da sola vale l’intero libro, è un libro dentro il libro. All’epoca Tilden era passato al professionismo, dopo essere stato numero uno al mondo per sei anni, e come professionista allenava la squadra tedesca,
Ma anche la storia di Von Cramm, Il barone Gottfried Alexander Maximilian Walter Kurt von Cramm, apre numerose prospettive inattese. È stato il più forte tennista tedesco prima di tal Boris Becker, era un perfetto gentiluomo, ammirato per il suo fair play, molto riluttante a rappresentare il nazismo, anche perché segretamente omosessuale e come tale in seguito perseguitato dal nazismo e arrestato. Scontò dignitosamente una breve condanna che però gli pregiudicò l’ultimo torneo di Wimbledon prima della guerra, a causa del moralismo inglese. Torneo che avrebbe vinto a mani basse, essendo Don Budge passato al professionismo.
Don Budge, come abbiamo detto, sarebbe diventato il primo tennista capace di completare il Grande Slam. Cos’è successo quando i tre si sono incontrati? Ovvio, sul campo sono scesi in due, von Cramm e Budge, ma Tilden era lì, statunitense che tifava per il tedesco, presenza troppo importante perché potesse passare inosservata. 1937, con la Germania saldamente nelle mani di Hitler.
Fisher racconta alcuni colpi, gli scambi determinanti, l’atmosfera che si respirava in campo, ma soprattutto allarga il suo sguardo oltre, alla vita dei protagonisti e all’atmosfera dell’epoca. Quella partita di tennis non è stata solo una partita di tennis. I giocatori erano fortissimi, e secondo le cronache hanno giocato un incontro superbo, ma alle spalle c’era lo scontro fra due mondi, ed è questo scontro ciò che emerge con forza da queste pagine. A volte lo sport non è solo sport e l’importanza di ciò che avviene entro le righe del rettangolo di gioco trascende il rettangolo stesso. Terribile splendore è il racconto del cambiamento di un’epoca, del declino di una civiltà e di un crollo che avrebbe trascinato con sé numerose vittime innocenti. Per quando il nucleo fondamentale sia legato a una partita di tennis lo sguardo di Fisher è talmente ampio da rendere il libro affascinante anche per chi nel tennis ha solo un interesse limitato. Insomma Terribile splendore è un capolavoro che tutti dovrebbero leggere.

20 luglio 1937: Donald Budge (Stati Uniti) e Gottfried von Cramm (Germania) sul campo di Wimbledon

La nazionale di Enzo Bearzot

Andiamo a un’altra epoca, a un altro sport. Il libro è La Partita. Il romanzo di Italia-Brasile di Pietro Trellini, ma anche questo non è solo un libro sul pallone. C’è dentro la macrostoria italiana e mondiale e la microstoria di chi viveva negli anni ’80. Piero Trellini ci catapulta in una ricostruzione accuratissima che spazia dallo storico al sociologico, dalla politica italiana (e brasiliana, e spagnola) alla politica calcistica, anche e soprattutto quella economica. Calcisticamente, partiamo addirittura dalla nascita, nel secondo dopoguerra in Italia del catenaccio, legato alle condizioni sociali (eravamo poveri, privi di tutto) e di contingenza calcistica (Superga si era portata via tutti i migliori calciatori italiani). L’arte di arrangiarsi elevata a metodo.
Trellini ci racconta una squadra proletaria – se Marco Tardelli non avesse fatto il calciatore avrebbe continuato a fare il cameriere, Zoff il meccanico e Bruno Conti il muratore. Nel 1982 il calcio non era povero, ma le cifre che circolavano intorno ai “cartellini” dei più bravi, erano bruscolini paragonate a quelle di oggi – molto criticata alla partenza.
Spagna ’82 non aveva previsto il colpo di scena dei giocatori normali sul tetto del mondo. Sparpagliati per i gironi del primo turno, in campo si contavano campioni da collezione delle figurine – argentini, brasiliani e tedeschi, in primo luogo -, tanto più che l’Italia l’aveva sfangata per un soffio: un discusso 1 a 1 con il Camerun imbattuto. Insomma all’inizio il gioco della nazionale stenta, Paolo Rossi – reduce di squalifica per calcio-scommesse – cade (spesso) e per il resto arranca ed Enzo Bearzot è nel mirino dalla critica. Dopo l’affanno delle prime tre partite, ai nostri eroi tocca un girone di ferro: Argentina e Brasile, in pratica una morte annunciata. Invece, finisce che i biancocelesti sono stesi da un uno-due Tardelli-Cabrini (l’operaio Claudio Gentile che cancella Maradona è epos pure quello) e i brasiliani da una tripletta del sin lì a secco Paolo Rossi (l’anti-eroe che dà l’assalto al cielo delle stelle Zico, Falcao, Cereso, Socrates, Eder). È il pomeriggio del 5 luglio 1982. Dalle nostre parti c’è un caldo torrido e anche in Spagna non si scherza: Italia-Brasile finisce 3 a 2 e fa il suo ingresso nella leggenda: la partita più bella della storia, quasi un remake di Italia-Germania 4-3 di Mexico ’70.

5 luglio 1982: Zico, con la maglia del Brasile, e Claudio Gentile. Marcatura stretta ma corretta.

Il racconto parte da Abraham Klein, di Haifa (Israele). L’arbitro internazionale, incerto fino all’ultimo se dirigere una partita a quei mondiali, convinto infine da un messaggio di suo figlio ventenne, soldato nella guerra libanese dove poi sarà ucciso, una settimana prima dell’incontro. 
Ma ci sono i retroscena e le premesse di praticamente tutto quello che accadde quel pomeriggio a Barcellona. 
Fino alla cronaca della partita vera e propria: il primo gol di Pablito al quinto minuto della sua quinta partita nella manifestazione, con una testata da 5 metri alle 17,20 del pomeriggio. Il suo secondo gol al 25esimo ricercato con fatica, immaginazione, talento, fantasia, inseguendo un pallone in uno spazio che non esisteva, come la maggior parte delle sue reti, create dal nulla. E la terza e decisiva rete, talmente incredibile che il buon Nando Martellini, offuscato dal caldo torrido e dalla tensione commenta così : “Ed è pareggio!” Invece è 3-2.
Fine partita. Rossi abbraccia Bearzot e il rivale Luizinho istintivamente li applaude. Perché un uomo solo, una tripletta, contro il Brasile, nella fase finale del Mondiale, non era mai successo. E non succederà mai più.
Da quel giorno ovunque nel mondo Italia significò Paolo Rossi – ed è bene ricordarlo nell’anno che ha segnato la sua prematura scomparsa. Nel bene e nel male. Verso la fine del Mondiale un’epidemia influenzale in Brasile fu prontamente battezzata “Paolo Rossi”.
Ma, attorno alla partita, altre storie. Quella di Anna Ceci, tifosa interista che, causa la mancata convocazione di Beccalossi, alla partenza da Fiumicino apostrofò Bearzot con un “Vecchio scimmione” ricevendone in cambio uno schiaffo (oggi qualcuno avrebbe cercato di comprarsi casa attraverso querele, allora i due si spiegarono e lui fu invitato alle nozze).
Toninho Cerezo che in onore del suo amico Leandro (quello che gli passò la palla che ci diede il secondo gol per un suo errore) chiamò così suo figlio, poi diventato Lea T., prima celebre modella transessuale brasiliana.
Il tifoso brasiliano che come omaggio ai suoi idoli Marco Tardelli e Diego Maradona chiamò il figlio Diego Tardelli, poi diventato nazionale brasiliano autore di una doppietta in Brasile-Argentina del 2014 di fronte a Neymar e Messi.
C’è Bearzot che alla fine di tutto gioca a carte con Pertini e Zoff e pensa solo a tornare a casa e immergersi nei suoi classici greci.
E ancora tante, tante storie che si incrociano con la Storia e ci raccontano un’epoca.

La partita è un colosso di 600 e più pagine nutrite di retroscena, contro-vicende, digressioni, divagazioni, suspense e sottotraccia l’aura omerica che circonda vite e gesta degli eroi che fecero l’impresa. Un mantra indimenticabile, più che una formazione di calcio: Zoff, Gentile, Cabrini, Oriali, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Antognoni, Graziani… Un libro, anche questo, avvincente e imperdibile.

Terribile splendore. La più bella partita di tennis di tutti i tempi, di Marshall Jon Fisher, ed. 66tandh2nd, 2013, pp 376, € 18
La partita. Il romanzo di Italia-Brasile, di Pietro Trellini, ed. Mondadori, 2019, pp. 624, € 14

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