Signorine astenersi

«A parte la boxe, il resto è una noia mortale»
Mike Tyson, ex campione del mondo dei pesi medi
«Se mi aprono la testa pelata, ci troveranno un grosso guantone da boxe. È tutto quello che sono. Io la vivo»
Marvelous Marvin Hagler

di Gigi Marchitelli

Prendete una signora di 82 anni, minuta, fragile; una grande intellettuale, che ha insegnato a Princeton (come Einstein) e ha tutt’ora il suo posto nel consiglio di amministrazione della John Simon Guggenheim Memorial Foundation. Una scrittrice eclettica, che ha frequentato ogni genere letterario (romanzi, racconti, poesie, drammaturgie, saggi), una delle intellettuali più prolifiche di tutta la letteratura americana.
Vi aspettereste di trovarla recensita qui? Forse (perché avete ormai capito quanto è strano l’autore di queste recensioni). E che cosa? Un saggio sulla ginnastica artistica, che magari ha praticato da giovinetta? Acqua. Tennis, golf, equitazione? Acqua, acqua. E di che altro sport potrà mai scrivere Joyce Carol Oates (di lei stiamo parlando), autrice di Un’educazione sentimentale e Sorella mio unico amore?

Di Boxe, naturalmente, sport che ha iniziato a seguire fin da bambina, spinta dalla passione del padre. E non parliamo di un libro qualsiasi, ma del più potente racconto che sia mai stato fatto di questo sport. La cosa nasce in questo modo: “Nei primi anni Cinquanta quando mio padre mi portò ad un torneo di boxe a Buffalo, chiamato Golden Gloves , gli chiesi perché i ragazzi volevano combattere l’un l’altro e perché erano disposti a farsi del male“. Mio padre rispose che “I pugili non sentono dolore come lo sentiamo noi“. Una spiegazione sufficiente per cambiare il modo di guardare la boxe di Carol Oates. Più avanti aggiunge: “Raramente qualcuno inizia un nuovo interesse come questo sport durante l’infanzia – ed è del tutto evidente che nasce da una costola di mio padre – ma non per questo penso alla boxe come simbolo di qualcosa che vada oltre me stessa“.

Sono testi scritti nell’arco di una ventina d’anni e ripercorrono l’intera storia di questo sport, dagli scontri mortali dei gladiatori romani alle sfide tra i fuoriclasse entrati ormai nella leggenda come Muhammad Ali, Mike Tyson, Jack Dempsey, Jack Johnson e Joe Louis.
Per chi scrive non esiste un argomento così carico di una valenza personale quanto la boxe. Scrivere di boxe è come scrivere di sé stessi – anche se in forma ellittica e quasi senza volerlo. E scrivere di boxe costringe ad avere davanti agli occhi non solo la boxe, ma anche le demarcazioni della civiltà: cosa significa, o dovrebbe significare, essere ‘umani‘”. E ancora: “Come fai a divertirti con uno sport così brutale, mi chiedono a volte. O volutamente non chiedono. Ed è troppo complicato rispondere. In ogni caso, io non mi ‘diverto’ con la boxe nel senso comune della parola, e mai mi ci sono divertita: la boxe, poi, non è sempre e comunque ‘brutale’, e io non la considero uno ‘sport’. Allo stesso modo non mi riesce di pensare alla boxe in termini letterari come metafora di qualcos’altro. Chi come me ha cominciato ad appassionasti di boxe da bambino (…) è improbabile che la consideri il simbolo di qualcosa che la trascende, come se la sua particolarità stesse nell’essere sintesi o immagine di altro. Posso però valutare l’idea che la vita sia a una metafora della boxe (…), il genere di metafora letteraria dell’inferno. La vita è come la boxe per molti e sconcertanti aspetti. La boxe però è soltanto come la boxe.

Forse oggi, in questi strani tempi a mezzo tra politically correct e libero attacco, sia fisico che mediatico, a qualunque avversario o presunto tale, uno sport come questo, dove tocca metterci ben più che la faccia, non è più di moda.

Ma certo non sfugge la natura di una competizione in cui gli sfidanti mettono a nudo tutto di sé, in uno spazio a parte che ha qualcosa di sacrale e che “esiste da prima della civiltà”. Chi assiste a un incontro di boxe “rivive l’infanzia omicida della razza”: per questo non è propriamente uno sport, non è un gioco alla stregua di altri passatempi. Ha da fare con la più importante passione dell’uomo, che non è l’amore ma la guerra. Lo sguardo della scrittrice è lucido e se non può non sottolineare la grandezza dell’immenso Clay-Alì si sofferma con altrettanta dedizione sul terrificante Mike Tyson, il pugile che “sul ring non pensa ma agisce d’istinto” (sul ring?) – l’ultimo fra i primi della classe a rinnovare la storia esemplare, cara alla scrittrice, di una scalata alle vette del mondo partendo da un’infanzia povera e disgraziata. Grande faticatore in allenamento, Tyson, sulla scia del maniacale – monacale – Rocky Marciano, che in vista di un match metteva fra parentesi l’intero mondo già alcuni mesi prima.
In tutti i casi, l’eccezionalità dell’essere pugile sta per la Oates in un uomo che contro ogni ragionevolezza della specie, ha rinunciato all’istinto di sopravvivenza. Romantico? Forse sì, solo perché oggi appare improbabile.
Proprio per questo, il libro di Joyce Carol Oates è così interessante : “Anche se un incontro di boxe è una storia senza parole, questo non significa che non abbia un testo o un linguaggio, che sia in qualche misura ‘bruto’, ‘primitivo’, ‘inarticolato’, ma soltanto che il testo è improvvisato nello svolgimento; il linguaggio è un dialogo sofisticatissimo tra i pugili (si potrebbe dire sia neurologico sia psicologico, fatto di riflessi di frazioni di secondo), i quali reagiscono concordi al misterioso desiderio del pubblico, che è sempre quello di un incontro di buon livello che gli permetta di rimuovere, dimenticare, tutta la crudezza dell’allestimento scenico: ring, luci, corde, il tappeto macchiato, gli stessi spettatori con lo sguardo fisso. (Proprio come in teatro o in chiesa, dove l’allestimento scenico dovrebbe essere rimosso dall’azione trascendentale), (…) Passare da un incontro preliminare qualunque al ‘match del secolo’, come quelli tra Joe Luis e Billy Conn, Joe Frazier e Muhammad Alì, Marvin Hagler e Thomas Hearns, è come passare dall’ascolto, o dall’ascolto distratto, di una chitarra strimpellata svogliatamente all’ascolto di un’esecuzione perfetta del Clavicembalo ben temperato di Bach”.

Carol Oates ammette che quello che accade dentro il perimetro delle corde sembra essere meno spaventoso di quello che appare man mano che i round si susseguono. Meno di una guerra, dice, per quanto, l’immagine che un’incontro tra pugili restituisce è assai simile ad un conflitto o un atto di aggressione verso chi non se lo aspetta. Questa frase ricorda la furia di Mike Tyson quando morse l’orecchio, staccandone un pezzo, di Holyfield a Las Vegas. Chi l’ha dimenticato? Niente a che vedere con la strategia di guerra degna di Sun Tzu in Muhammad Alì a Kinshasa capace di subire e assorbire per quasi tutta la gara i colpi devastanti di Foreman fino a farlo crollare dalla stanchezza. Era l’ottavo round e Alì rivinse la cintura dei pesi massimi per KO con una serie spaventosa di jab e uppercut con cui gliene suonò di santa ragione per poi finirlo con un memorabile “gancio” alla mascella. Una pagina di storia. Joyce Carol Oates, proprio perché donna, strappa il velo degli equivoci che mascherano questo sport. Il che ci riporta al paradosso della boxe: il suo fascino ossessivo, non solo uno spettacolo, ma un’esperienza emotiva che è quasi impossibile trasmettere a parole; una forma d’arte senza alcuna analogia naturale nelle arti. Un atto che compie un gesto primitivo come lo sono la nascita, la morte, e/o come l’amore erotico che quasi ci costringe al riconoscimento di una esperienza tra le più profonde della nostra vita.

Ora, proseguite voi. In queste pagine meravigliose, tenere, dure, troverete soprattutto i vincitori e i perdenti di uno sport che, al di là delle mode, resterà comunque per sempre avvolto nella leggenda.

Joyce Carol OatesSulla boxe, edizioni 66THAND2ND, Roma, 2015, traduzione di Leonardo Marcello Pignataro, pp. 244, € 17,00

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