Terryanna D’Onofrio, la guerriera del karate

di Nando Aruffo

Tutto comincia in un piccolo paese in provincia di Potenza: Sant’Arcangelo dove c’è una piccola palestra gestita dal papà Vincenzo, cinque figli dei quali i primi tre seguono le sue orme e praticano il karate. Francesco, il primogenito; Terryana, la seconda; Orsola la quarta. In una famiglia così, impossibile praticare un altro sport. O no?

“Nessuna imposizione, è stata una mia scelta, ovvio che io mi sia sentita stimolata nel praticare karate. In quattro parole: sono nata in palestra”.

  • Non è da tutti avere un papà allenatore. Puoi dire il bello e il brutto di questo doppio ruolo?
terryanna d'onofrio

Papà a casa, allenatore in palestra: non è stato facile. Anche oggi che sono nel giro della Nazionale io sono quella che deve dare l’esempio; quella che subisce più richiami; quella che deve sempre fare qualcosa di più degli altri. Però allo stesso tempo devo dire che mio papà-allenatore mi ha aiutato molto; che se sono arrivata a questi livelli è merito della sua rigidità negli allenamenti e nella sua voglia di non accontentarsi mai. Mi ha fatto crescere costantemente e per gradi: da bambina era un gioco, da adolescente ho praticato tutto; a 14 anni sono entrata nelle Nazionali giovanili e non ne sono uscita. La sua frase è: “fai sempre il meglio che puoi”.

  • Restiamo in famiglia: papà campione nel vostro sport, il karate. E la mamma?

Grandissima donna, mamma Antonella: ho preso da lei. Ha 48 anni e 5 figli, il primo avuto a 23 anni. Non ha mai fatto karate ma è come se lo fosse stato. E’ molto intelligente ed è sempre presente. Anche lei mi ha aiutato e mi aiuta moltissimo. Ha capacità organizzative uniche: è brava anche nell’aiutarmi a preparare gli esami universitari.

  • Siete 5 fratelli. Francesco, maggiore di 2 anni in più, anche lui Karateka e poi adesso anche Orsola. C’è competizione tra voi?

No, anche perché adesso pratichiamo due specialità diverse mentre Orsola è ancora piccola, deve crescere. Giusy è la terza: anche lei fa karate ma non a livello agonistico: non le piace l’agonismo ma supporta tantissimo psicologicamente sia me sia Orsola. Karol, l’ultimo, si divide tra calcio e karate. Il nostro papà/allenatore ci ha lasciati liberi di scegliere: io il kata, Francesco il kumite, il combattimento. E’ stato molto importante, per me, avere le basi per praticare entrambi.

  • Proviamo a descrivere il kata?

Il kata prevede una gara individuale e una gara a squadre. Ogni squadra è composta da tre atlete, l’esercizio viene chiamato bunkai ed è molto simile al nuoto sincronizzato: è molto bello da vedere e non è facile da fare, perché appunto devi essere in sintonia con le altre tue due compagne di squadra. Il bunkai è molto spettacolare, l’esercizio dura 6 minuti e non hai tempo per recuperare: sempre al massimo della velocità, al massimo della potenza, al massimo della precisione. Se prendi un pugno, per esempio, rischi anche di farti male e poi se tocchi una tua compagna, la tua squadra viene squalificata.

  • Sono frequenti gli infortuni?

Bisogna capire bene cosa significhi farsi male. Io non ho mai subito un infortunio grave e sono convinta che questo sia merito dei metodi di allenamento di papà. Lui ha sempre studiato e lavorato per farmi raggiungere la massima longevità agonistica. Tanti miei compagni hanno subito gravi infortuni e ho visto che hanno dovuto lavorare molto e superare scogli psicologici difficili per ritornare al loro alto livello di competitività.

  • Il tuo anno migliore è stato il 2018?

Sì per quanto riguarda il risultato più importante con l’argento al Mondiale Universitario. E la gioia è stata doppia, perché mio fratello Francesco ha vinto l’oro. Però dal punto di vista sportivo la mia soddisfazione più grande è la conquista del posto da titolare nella Nazionale assoluta. Non è facile subentrare a chi ha più esperienza di te.

terryanna d'onofrio
  • Il 2020 avrebbe dovuto essere la prima volta del karate ai Giochi Olimpici, sebbene come sport dimostrativo, e sono state cancellate quasi tutte le altre gare, compreso il Mondiale.

Da marzo, la federazione internazionale ha annullato tutto: Europei, Mondiali, Premier League. Hanno chiuso le palestre, quella di papà non ha fatto eccezione e quindi ci siamo dovuti inventare di tutto per allenarci in casa. Ho spostato anche qualche mobile ma senza tatami è stato anche molto rischioso. Da settembre a dicembre avremmo dovuto fare cinque ritiri collegiali nel centro federale di Ostia che ritengo una mia seconda casa, io lì sto benissimo. Però abbiamo fatto due ritiri soltanto e poi ci siamo dovuti fermare. Da marzo a oggi i nostri allenamenti collegiali si sono fermati per 4-5 mesi. A me manca l’ambiente della Nazionale, a casa non è la stessa cosa.

  • Un 2020 da dimenticare, quindi.

Sinceramente non del tutto. Anno da dimenticare per lo sport, però sono molto contenta, perché ho cambiato il piano di studi all’università e mi sono concentrata per superare i tre esami più difficili della laurea specialistica, adesso restano i 4-5 più facili.

  • Tu rappresenti un’eccezione, quindi: per un’atleta di alto livello è sempre molto difficile conciliare studio e gare.

E’ una questione di volontà. L’anno scorso, 2019, sono stata in Giappone per quasi un mese. In mezzo ad allenamenti e gare ho preparato tre esami e la tesi. Avevamo l’aereo per tornare in Italia il 9 settembre con un esame l’11. Un ciclone ha fatto annullare quel volo, sono arrivata a Roma all’alba dell’11 e mi sono presentata all’università con due occhi grandi così e l’esame, poi l’ho superato. In questo, mi ha aiutato lo sport dove devi cercare sempre di superarti anche quando non sei al massimo della tua forma e in quella sessione ho fatto così, ho superato i tre esami e quando il professore mi ha detto: ora possiamo pensare alla tesi io gli ho risposto che l’avevo già pronta. Puntavo a laurearmi a marzo di quest’anno, mi sono laureata il 23 settembre.

  • Volontà per lo studio, volontà sul tatami. Volontà è la tua parola d’ordine?

Meglio Guerriera. Sono combattiva nello sport e nello studio. Papà pensa alla nostra formazione sportiva; mamma a tutto il resto, anche nel prepararmi le sintesi con gli argomenti più importanti delle materie. Negli esami poi ci metto del mio, perché alcuni li tento come se dovessi affrontare sul tatami un’avversaria più titolata di me.

  • Uno sguardo all’anno prossimo, il 2021, ormai ci siamo: manca poco. L’obiettivo massimo è Tokyo?

Tokyo è un discorso per me strano. Ci sarà soltanto la prova individuale e io sono la prima riserva. La titolare è Viviana Bottaro che stimo tantissimo e merita di andare all’Olimpiade. Però ha subito un brutto incidente e io mi devo allenare come se fossi titolare. Guardando all’anno in arrivo, non credo che si possa ripartire già a gennaio però io sono ottimista. Spero che nel 2021 si possano fare tutte le gare che non abbiamo fatto quest’anno e soprattutto che ci si possa allenare con continuità. C’è ancora tempo per presentarsi a Tokyo con un discreto stato di forma però penso che anche il 2021 sarà un anno strano per tutti. Già è difficile prepararsi in tempi normali, quando c’è un percorso ben preciso di avvicinamento a un appuntamento importante: Europeo, Mondiale, Olimpiade. Adesso è tutto più complicato: ogni giorno può cambiare qualcosa e dovremmo farci trovare pronti soprattutto a livello mentale. Poi sarebbe anche la prima volta del karate all’Olimpiade, seppur a livello sperimentale, e non possiamo fare brutta figura anche se sappiamo già che a Parigi, nel 2024, non ci saremo. Io però sono giovane e lotterò con tutte le mie forze per far parte della squadra azzurra per i Giochi Olimpici di Los Angeles 2028, se il karate dovesse esserci. A Tokyo emergerà l’aspetto motivazionale: è la forza della volontà che comanda il cervello. Direi che si potrebbe arrivare anche non al picco di forma ma sarà la testa a fare la differenza.

  • Qual è la frequenza dei raduni della Nazionale?

Solitamente 7-10 giorni al Palafijlkam di Ostia poi due settimane a casa. Da settembre a dicembre avremmo dovuto fare cinque ritiri, ne abbiamo fatti due e poi ci siamo dovuti fermare. Da marzo a oggi i nostri allenamenti collegiali si sono fermati per 4-5 mesi. A me manca l’ambiente della Nazionale, a casa non è la stessa cosa. Al centro federale di Ostia io sto benissimo: allenamenti, fisioterapia e mensa. Bellissimo.

  • A 23 anni sei nella Nazionale assoluta. E’ un punto d’arrivo?

No, non può essere un punto di arrivo. Sono nel giro delle Nazionali da quando avevo 14 anni e già ai tempi dell’Under 21 venivo convocata nella Nazionale maggiore e ritengo di avere ampi margini di miglioramento.

  • Ultima domanda: dove trae origine il nome Terryana?

La nonna paterna si chiama Teresa, quella materna Anna: mia mamma non voleva scontentare nessuna.

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