Protagoniste nello sport e nella vita

Delle protagoniste dell’emancipazione femminile nella storia sappiamo tutto, ma di quelle dello sport no. E invece le sportive hanno avuto una parte fondamentale nel superamento dell’idea che le donne fossero geneticamente inferiori”.  (Eva Cantarella)

di Gigi Marchitelli

Quest’estate, oltre agli europei di calcio, l’Italia ha conquistato il suo dodicesimo Campionato europeo femminile di softball e il terzo Campionato europeo di pallavolo femminile.
Alle Olimpiadi di Tokyo il ricco medagliere azzurro è stato conquistato con un forte contributo femminile (15 medaglie, più una nella Vela con equipaggio misto).
Ma l’emancipazione delle donne nello sport non è stata semplice e rappresenta un lungo cammino e faticoso che affianca, e a volte precede, l’affermazione femminile nella società. Ne scrivono la storica Eva Cantarella e il giornalista sportivo Ettore Miraglia in Le Protagoniste. L’emancipazione femminile attraverso lo sport, un saggio ben documentato e ricco di notizie e curiosità.

Intanto, non è affatto vero che, sin dall’antichità, lo sport sia stato un’attività esclusivamente maschile. L’immagine qui sopra risale al IV millennio a.C., civiltà Minoica e quelle che volteggiano sul toro, mentre un giovanotto lo tiene coraggiosamente per le corna, sono indubbiamente donne. Non so se stiamo parlando delle prime atlete documentate nella storia, ma certo volteggiare su un toro in corsa è qualcosa che prevede un certo allenamento.

Alle antiche Olimpiadi le donne non potevano partecipare e nemmeno semplicemente assistere: unica eccezione una delle gare di punta, la corsa dei carri con quattro cavalli in cui una spartana, Cinisca, trionfò nelle edizioni del 396 e 392 a.C., guadagnandosi statue, onori e gloria imperitura. Le ragazze però partecipavano ai giochi Erei, che consistevano in un unico evento, una corsa podistica per fanciulle, che si teneva nello stesso stadio delle gare maschili, ma con un percorso più breve. Le Ereidi si tenevano probabilmente nello stesso anno delle Olimpiadi, appena prima delle gare degli uomini.

Nell’antica Roma, dove l’emancipazione femminile era molto più progredita che in Grecia, si ebbero anche donne gladiatrici di professione.

Ma la parte più interessante del libro è il racconto dell’inarrestabile movimento che ha portato le donne ad essere davvero protagoniste nel corso dell’ultimo secolo e mezzo. In generale l’idea che sta alla base de Le Protagoniste è quella di dare una voce e una faccia ad alcune donne che grazie ai loro risultati agonistici hanno contribuito a modificare i costumi del loro tempo e favorito l’emancipazione femminile, non solo limitatamente alla sfera sportiva.Sono esempi di coraggio, orgoglio e carattere, perché per farsi largo hanno dovuto superare, prima che le loro avversarie in gara, la discriminazione maschile che mal tollerava la presenza femminile nelle competizioni sportive.
Il barone de Coubertin, fondatore delle Olimpiadi moderne (prima edizione Atene 1896) in fondo lo disse chiaramente: “Ai Giochi olimpici il ruolo della donna dovrebbe essere soprattutto quello di incoronare i vincitori. Un’olimpiade femmina sarebbe antiestetica, non corretta, non interessante”. L’esatta fotografia della cultura del tempo quando la realizzazione della donna era cristallizzata in un duplice ruolo: mamma e moglie. E poco più. Poi dovette ricredersi. Alle Olimpiadi del 1900 a Parigi le donne parteciparono ai Giochi per la prima volta. La prima campionessa olimpica fu una tennista Charlotte Reinagle Cooper (Parigi, 1900) che vinse il torneo individuale di tennis, a cui aggiunse la vittoria nel doppio misto, in coppia con Reginald Doherty. Sarebbe inesatto parlare di ori olimpici, perché all’epoca non si usava ancora premiare i vincitori con le medaglie.
L’atletica femminile è stata ammessa ai Giochi Olimpici solo nel 1928, mentre il nuoto ci era riuscito nel 1912. E fino al 1984 le donne non potevano correre la maratona alle Olimpiadi perché ritenute incapaci di sopportare uno sforzo fisico così intenso. E che dire degli sport di squadra femminili? Il primo a entrare nel programma a cinque cerchi è stato la pallavolo, a Tokyo, nel 1964; la pallacanestro nel 1976, la pallanuoto – l’ultimo – nel 2000. E tra le molte imprese raccontate nel libro non poteva non aver un posto privilegiato la storia del Setterosa, un team che ha avuto bisogno di soli 13 anni per passare dal non esistere a vincere il titolo Mondiale, e 19 per salire sul tetto delle Olimpiadi con lo storico oro di Atene 2004 che è ancora l’unico titolo olimpico in uno sport di squadra femminile ai Giochi.

Abbiamo detto della maratona olimpica, aperta alle donne solo nel 1984. Ma esistevano altre maratone e la foto qui sopra testimonia una drammatica aggressione subita da una atleta durante la maratona di Boston del 1967.

La Maratona di Boston è la più antica tra le maratone annuali che si svolgono al mondo. La sua prima edizione, ispirata dal successo delle prime Olimpiadi dell’era moderna tenutesi nel 1896, venne infatti disputata nel 1897. Iniziata come manifestazione di rilievo locale, ha progressivamente iniziato ad attrarre atleti provenienti prima da tutti gli Stati Uniti e poi da tutto il mondo. La maratona era aperta solo agli atleti di sesso maschile fino al 1972. La prima donna che corse la maratona di Boston fu Roberta (Bobby) Gibb.
Non corse ufficialmente perché, pur presentando regolare domanda di iscrizione, venne respinta in quanto la competizione era riservata solo agli uomini. Roberta fu costretta a nascondersi tra gli alberi, nel boschetto vicino alla partenza. Si infilò tra i concorrenti, senza pettorale ufficiale, subito dopo lo sparo. Riconosciuta dagli altri atleti, ricevette solidarietà e portò a termina la sua corsa. La sua vittoria venne sancita e riconosciuta ufficialmente molti anni dopo. Era il 19 aprile 1966. Roberta riuscì nell’impresa anche nel 1967 e nel 1968.
E molto più conosciuto l’evento del 1967, anno in cui Kathrine Switzer corse la maratona di Boston grazie ad uno stratagemma e gli organizzatori cercarono di strattonarla fuori dalla pista. La sua iscrizione alla maratona di Boston avvenne eludendo il divieto di partecipazione imposto alle donne: l’atleta, infatti, si registrò come “K.V. Switzer”, indicando, cioè, le sole iniziali del nome e del secondo nome. Ottenne il pettorale numero 261. Una volta avvedutisi del fatto, i giudici di gara cercarono di impedirle la continuazione, strattonandola per costringerla a uscire fuori dalla pista a tre chilometri dalla partenza. La Switzer, tuttavia, riuscì a resistere al tentativo di esclusione (aiutata dal suo fidanzato, anche lui iscritto alla competizione, che la protesse dall’aggressione) e portò a termine la gara nel tempo di 4 ore e 20 minuti.
Fu proprio la reazione violenta degli organizzatori a suscitare un movimento di opinione che portò all’apertura della maratona di Boston alle donne nel 1972, mentre l’anno prima, nel 1971, le maratonete erano già state ammesse alla competizione di New York. Dopo l’exploit di Boston, Kathrine Switzer si è impegnata in modo attivo per promuovere la partecipazione femminile alle maratone organizzate in vari paesi del mondo. Lei stessa ha preso parte a oltre trenta di tali competizioni, riuscendo anche a vincere la Maratona di New York nel 1974. La crescita del movimento atletico della maratona femminile ha poi portato alla successiva introduzione tra le specialità olimpiche nel 1984, in occasione delle Olimpiadi di Los Angeles. Il 17 aprile 2017, in occasione del cinquantenario della sua impresa, ha preso parte ancora una volta alla gara di Boston, indossando lo stesso numero di pettorale, il 261, della sua prima partecipazione. Gli organizzatori, in suo onore, hanno deciso di ritirare il pettorale 261 dalle future competizioni.

Proprio perché lo sport è un comunicatore eccezionale queste donne hanno potuto dimostrare a tutto il mondo che lo stereotipo tramandato (scorrettamente) dal passato non era vero e che le donne erano , al contrario, decisamente agoniste e votate all’attività fisica esattamente come gli uomini . Se oggi le donne possono gareggiare pressoché in tutti le discipline sportive è merito di alcune pioniere che hanno sfidato il maschilismo. E i successi di oggi sono figli delle prime Protagoniste. Indimenticabili quelle che gareggiavano direttamente con gli uomini e qualche volta li battevano, come per esempio la ciclista Alfonsina Strada che partecipò al Giro d’Italia a inizio 1924, e ancor più la pattinatrice inglese Magde Cave che vinse l’argento ai Mondiali di pattinaggio su ghiaccio maschili (quelli femminili non esistevano) del 1902. O la cinese Zhang Shan che strapazzando tutti gli uomini nella prova mista di tiro a volo dei Giochi olimpici 1992 costrinse il Cio a modificare il programma e a creare due distinte prove, una per gli uomini e una per le donne, nei Giochi successivi.

Le nuotatrici spesso dovevano stare più attente a non dare scandalo (per i centimetri di pelle lasciati scoperti) che non a esprimersi in gara.  Ma poi si sono affermate in vasca e fuori, realizzando imprese ritenute impossibili come l’attraversamento della Manica o la sfida al temutissimo braccio di Oceano che separa la Florida da Cuba. Ci sono loro dietro a Pellegrini e compagne. E anche dietro ad Arianna Bridi che nel 2020 ha battuto tutti i concorrenti, uomini e donne, nella celebre maratona acquatica Capri-Napoli.

Insomma, tante storie di sport al femminile, tante protagoniste, per ricordarci che oggi la parità sembra raggiunta, almeno in Occidente. Ma c’è una parte di mondo che non può vivere questa felicità, dove il ruolo della donna è ancora secondario e subalterno. Il lungo cammino, insomma, non è ancora concluso.

Le Protagoniste. L’emancipazione femminile attraverso lo sport di Eva Cantarella ed Ettore Miraglia, ed. Feltrinelli, Milano, 2021, pp. 208, € 16

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