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Orienteering, non solo gara ma scuola di vita: la FISO lancia il presidio contro la violenza

ROMA — Si è tenuto oggi a Roma, presso il Centro di Preparazione Olimpica Giulio Onesti, l’incontro intitolato “Sensibilizzazione contro la violenza di genere in ambito sportivo”. Sono intervenuti: l’onorevole Sara Ferrari, capogruppo PD nella Commissione bicamerale di inchiesta sul femminicidio e su ogni forma di violenza di genere; la giornalista e fondatrice dell’associazione ChangeTheGame, Daniela Simonetti; Alfio Giomi, presidente FISO. L’incontro è stato promosso da Katiuscia Sibiglia, consigliera e presidente della Commissione Atleti della Federazione Sport Orientamento.

Presenti pure Andrea Facci (FIG) e Giuseppe Andreana (CIP Lazio).

Durante l’incontro Sara Ferrari ha svolto una puntuale disamina del quadro istituzionale, illustrando le normative di riferimento e le linee guida legali, e ha rimarcato l’importanza dell’azione istituzionale per tradurre le norme in prassi concrete. È stata richiamata la legge 39/91 e il ruolo emergente del safeguarding come presidio da implementare contro la violenza a tutti i suoi livelli: economica, elettronica, sanitaria e nello sport, che — al pari della scuola — può essere uno strumento privilegiato di lotta.

Daniela Simonetti ha presentato il frutto di anni di ricerca e impegno di ChangeTheGame, associazione nata per assistere le vittime, rompere il silenzio e promuovere la prevenzione. Ha illustrato dati e analisi: in Italia circa 4 minori su 10 che praticano sport sono esposti a rischio di violenza (all’estero i tassi sono anche più alti). Ha inoltre mostrato come l’associazione abbia collaborato con le istituzioni, contribuendo all’approvazione di una legge nel 2021 e all’istituzione di figure dedicate al safeguarding. Sono emerse testimonianze forti di abusi su minori nello sport — fisici, sessuali e psicologici — con modalità ricorrenti: umiliazioni, palpeggiamenti, rapporti di potere, riti di iniziazione e isolamento delle vittime. Le tipologie identificate includono violenza sessuale (con o senza contatto), psicologica (umiliazione, esclusione), fisica (schiaffi, calci), negligenza e violenza fra pari. I luoghi e i fattori di rischio sono spesso gli stessi: spogliatoi poco regolamentati, trasferte senza adeguata presenza adulta, rapporti squilibrati allenatore‑atleta, cultura dell’omertà, coperture istituzionali e uso improprio dei social. Questi contesti favoriscono la normalizzazione dei comportamenti violenti. Per prevenirli servono azioni integrate: ascolto delle vittime, formazione continua, codici di condotta, regolazione dei carichi di lavoro, sicurezza delle strutture e vigilanza adulta.

ChangeTheGame ha presentato strumenti pratici — un progetto teatrale per le scuole, un’app gratuita per chiedere aiuto, percorsi didattici e podcast con atleti — pensati per informare, supportare e rompere il silenzio. Famiglie, allenatori e istituzioni devono agire insieme in un circolo virtuoso: formarsi, responsabilizzarsi e intervenire prontamente. L’obiettivo è trasformare consapevolezza e dati in misure concrete per portare alla luce le storie e costruire ambienti sportivi sicuri e rispettosi.

DICHIARAZIONI:

Sara Ferrari: “La violenza contro le donne è un fenomeno storico che finalmente è emerso con chiarezza e che, purtroppo, si traduce in circa 110 femminicidi all’anno. La violenza domestica e di genere è il risultato di stereotipi e discriminazioni che colpiscono le donne e che sono socialmente accettati come ‘dati di fatto’, al punto da normalizzare la violenza quotidiana che si manifesta come violenza sessuale, fisica, psicologica, economica e digitale. La violenza di genere è lo specchio della differenza di potere tra uomini e donne nella nostra società. Il mondo dello sport non ne è escluso, anzi. Ciascuno di noi, spesso in maniera inconsapevole, ripropone modelli di ruolo maschile e femminile precostituiti e crea aspettative diverse per uomini e donne. C’è bisogno di una nuova cultura per costruire relazioni libere da controllo e possesso. Le organizzazioni collettive, come le società sportive che lavorano con soggetti in età evolutiva — bambini, bambine, ragazzi e ragazze — devono assumersi la responsabilità di essere motori positivi di quel cambiamento. Per combattere la violenza sulle donne, che non è un fatto privato ma una piaga sociale, serve il contributo di tutti e tutte, a partire dalla consapevolezza degli adulti di avere sempre una funzione educativa, anche in contesti non formalizzati o non scolastici, e ancor più nel ruolo di guida e responsabilità di allenatori, allenatrici e dirigenti.”

Daniela Simonetti: “Spero che questi eventi scuotano le coscienze e pongano al centro un problema che lo sport non vuole vedere. Si vorrebbe che lo sport fosse un sogno dalla facciata immacolata. Invece lo sport non è diverso dagli altri ambiti sociali e, per certi versi, è indietro, con un’ipocrisia di fondo che non legge i segnali di allarme. Io porto le voci delle persone e le storie dolorose. Dobbiamo fare in modo che queste storie trovino soluzioni adeguate e non burocratiche. Non avremo mai un rischio zero, ma possiamo costruire attorno a un survivor un clima di reale ascolto ed empatia, in cui ci sia fiducia e ci si senta accolti per ottenere giustizia. Verso i survivor c’è spesso la volontà di non vederli e chi denuncia è frequentemente costretto a lasciare.”

Alfio Giomi: “L’orienteering si conferma una vera e propria agenzia educativa. Quella di oggi è un’iniziativa che esce dai nostri confini e si sposa con il nostro progetto ARRTE, che ci vuole portare fuori dalla stretta cerchia del nostro sport.”

Katiuscia Sibiglia: “Questo corso nasce dalla volontà di affermare un’idea di sport che non sia soltanto competizione, ma anche educazione, prevenzione, protezione e costruzione di relazioni sane. C’è certamente la soddisfazione di aver ideato un percorso di sensibilizzazione di livello, che per impostazione e contenuti rappresenta un inedito nella storia federale. Ma, per me, questo progetto è anche qualcosa di più profondo: un dono, nato dalla volontà di trasformare percorsi umani di sofferenza e resilienza in senso, responsabilità e cura. Come orienteering sentiamo questa responsabilità in modo particolare, perché il nostro sport insegna a scegliere la direzione, non solo nei percorsi di gara, ma anche nei percorsi di vita. Ed è proprio questa la direzione che vogliamo indicare: rendere lo sport più umano e le relazioni più sane. È una responsabilità che riguarda tutti noi.”

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