Fullball totale

“Giocare a pallone” significava soprattutto trascorrere interi pomeriggi correndo a perdifiato per cercare di segnare nella porta avversaria. […] Il campo non aveva forme e dimensioni prestabilite ma poteva essere triangolare, quadrato o addirittura rotondo e ospitare un numero indefinito di giocatori, variabile da un minimo di tre a un massimo di trentacinque”. Paolo Bertini, Fullball

di Gigi Marchitelli

“Calcio si può dire in molti modi”. Parafrasando la metafisica aristotelica si può iniziare in questo modo a parlare del libro della settimana. Che torna appunto a parlare di football con un interessante racconto che ha molte assonanze con quanto già recensito qui (Osvaldo Soriano, più volte citato, e Diego Armando Maradona, con cui la narrazione ha inizio) ma una prospettiva del tutto particolare.

Condivido con l’autore alcune cose tra le quali, da ragazzo, l’essere stato sempre l’ultima scelta nella formazione di qualsiasi improvvisata squadretta di calcio. Non solo giocavo male, ma ero considerato un pericolo perché, almeno in un paio di occasioni, un giocatore avversario ci aveva rimesso le ossa. Se volete credermi, la mia cattiveria in campo era del tutto involontaria. Non era il mio gioco, basta. Per me, figlio di un alpinista e sciatore, questa cosa era superabile. C’è altro nella vita.
Per Paolo, figlio di un calciatore che aveva militato, seppure ai tempi di Boniperti e come riserva, nella grande Juventus e padre di un ragazzo che, dall’età di otto anni, pratica il calcio, il “fullball” è stato invece una presenza ingombrante con cui fare costantemente i conti. Un Golem, appunto, e forse non è del tutto casuale che questo sia il nome della casa editrice.

Prima di essere un libro, Fullball – il termine ricalca l’arrotondamento dall’inglese al piemontese operato dalla madre dell’autore – è stato un testo teatrale. Il circo, il teatro di strada, la narrazione diffusa sono le attività in cui Paolo Bertini, di professione maestro elementare, ha ritrovato se stesso o attraverso le quali ha elaborato il lutto per essere un “ciat d’ piumb” (“gatto di piombo”, secondo la colorita espressione del padre) e non il degno erede di “testina d’oro”, come il padre stesso era soprannominato a causa di un suo goal decisivo segnato di testa.
Come si vede, c’è molto di personale in questa narrazione, che peraltro ha come scena principale un unico paesetto di quattromila anime. Ma la bravura dell’autore sta nel rendere totale e universale il suo racconto, nello svelarci le segrete vie per le quali il calcio pervade l’animo di così tante e variegate persone nel mondo.
Nel breve spazio di cento paginette troviamo di tutto: il gioco del pallone come attività perpetua per bambini e ragazzi, segnata da poche elementari regole, le geometrie variabili dai terreni di gioco, i reconditi pensieri delle fidanzate dei calciatori – non quelle glamour dei giocatori di serie A, ma quelle che sacrificano per il loro amore tutti, e dico tutti, i fine settimana –, la funzione sociale dello sport, la politica, certamente – il nonno dell’autore pensava che la squadra dell’Unione Sovietica di Lev Jašin fosse la più forte al mondo, cosa che avrebbe strappato un sorrisetto divertito e compiaciuto al celebre appassionato di calcio Dmítrij Šostakóvič. Troviamo Pietro Rava, campione del mondo a Parigi nel 1938, Maradona e il calcio totale di Johan Cruijff, applicato disastrosamente da un allenatore-meccanico che, fino all’improvvisa conversione al gioco olandese, aveva praticato l’inossidabile schema del catenaccio.

Troviamo molti personaggi che non sfigurerebbero nei racconti di Osvaldo Soriano: Nüciu, il portiere-falegname che in una mano aveva solo tre dita, ma sapeva ammaliare con lo sguardo sia gli avversari che si avvicinavano alla porta che le ragazze; Paviöl, che strappava sistematicamente le magliette degli avversari e alla fine si fece fare dalla moglie un drappo multicolore; Testa d’ mort, autista del padre calciatore che lo accompagnava alle partite quando giocava nel Pinerolo. Nella sua 1100 Fiat blu, perfettamente lucidata con il “sidol”, spiccava sul parabrezza, invece del santino magnetico accompagnato dalla scritta “sii prudente”, un’avvenente pinup e la scritta “corri e non pensare a nessuno”. Ma sono i suoi racconti truculenti a restare particolarmente impressi nella mente del ragazzo Paolo. E tanti altri nascosti anche nelle pieghe della narrazione, ma non per questo meno efficaci.

La memorabile ultima partita di Guido Bertini, al centro con la palla tra le mani. Dietro di lui, con la stessa maglia, il figlio Paolo.

C’è naturalmente il racconto delle partite epiche – tutte le partite sono epiche per chi le gioca con passione – e l’icona senza tempo di Pasolini che gioca tra i ragazzi della borgata Centocelle, a Roma, nel 1960, impeccabilmente vestito, immagine consegnata alla storia dal fotografo Federico Garolla.
C’è il calcio come catalizzatore di un’intera società, l’Italia del boom economico e demografico: uno sport povero in un Paese ricco almeno di speranze, l’esatto contrario di quanto accade oggi. Ma, almeno nel racconto, la memoria rimane.

Paolo BertiniFullball, edizioni Golem, Torino, 2018, pp. 100, € 12,50

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