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Omofobia nel calcio: la lezione dell’Athletic Bilbao

L’odio online contro due tifosi si trasforma in un’occasione di scoperta. Alejandro e Álvaro entrano nell’accademia basca per insegnare ai giovani che un campo da gioco deve essere, prima di tutto, uno spazio sicuro in cui esistere senza doversi nascondere.

di Cristian Salvatore Miglietta

Roma, 7 giugno 2026 – Tutto inizia da un momento di pura normalità. Alejandro Vigara e Álvaro Cabezas, una coppia di tifosi, decidono di scambiarsi un bacio sugli spalti del San Mamés durante il Pride Month del 2025 e, successivamente, di farsi immortalare incorniciati dall’arcobaleno di un irrigatore in trasferta contro il Rayo Vallecano a febbraio di quest’anno. Una scena innocua che ha però scoperchiato le fogne dei social media, sommergendoli di insulti omofobi.

Ma la reazione, questa volta, non è stata l’indifferenza. Il coraggio dei due ragazzi ha colpito profondamente Galder Reguera, responsabile della Fondazione Athletic, che ha scelto di non rispondere con un freddo e rassicurante comunicato stampa, ma con un invito: aprire le porte del centro di allenamento di Lezama. Una rivincita umana immensa per Alejandro, che lo scorso aprile, nel giorno del suo trentaquattresimo compleanno, ha potuto celebrare l’amore ricordando quanto suo padre, grandissimo tifoso del club basco, sarebbe stato orgoglioso di lui. Quando il club li ha chiamati per parlare direttamente ai futuri talenti, Alejandro e Álvaro hanno capito che la dirigenza faceva sul serio e che non si trattava di una semplice manovra di facciata per le telecamere.

L’incontro, inserito nel progetto educativo “Garatus”, li ha messi di fronte a oltre quaranta ragazzi tra i 14 e i 16 anni del vivaio giovanile. I giovani calciatori, inizialmente, non parlavano: sguardi bassi, risatine nervose, il terrore palpabile che anche solo fare una domanda potesse mettere la loro stessa sessualità sotto la lente d’ingrandimento, trasformandola in uno stigma.

Alejandro e Álvaro, però, sanno bene che l’omofobia interiorizzata si sconfigge solo con l’ascolto e la vulnerabilità. E alla fine, il muro è crollato. Le domande hanno iniziato a fluire, intime e potenti: i ragazzi hanno chiesto del coming out, della paura del rifiuto da parte degli amici, di come si sopravvive all’insulto. Al dialogo si sono unite voci interne al mondo calcistico, come quella di Javi Cabezas, giocatore semiprofessionista e fratello di Álvaro, che ha condiviso il senso di colpa per aver forse ritardato, con le pressioni del mondo del pallone, il coming out del fratello. Ha portato la sua testimonianza anche Nacho Ruiz, vittima in prima persona di insulti omofobi e sessisti in campo semplicemente per il suo modo di vestire.

L’Athletic Bilbao non è nuovo a queste battaglie, avendo già ospitato l’ex stella tedesca Thomas Hitzlsperger, pioniere dei diritti civili nel calcio. Come ha splendidamente sintetizzato lo psicologo del club, Unay, ascoltare le parole di Alejandro e Álvaro ha significato una cosa sopra ogni altra: “regalare tempo” a quei ragazzi. Tempo prezioso che non dovranno sprecare vivendo una doppia vita di terrore, permettendo a chiunque, un domani, di non dover mai scegliere traumaticamente tra l’amore per il calcio e la propria vita privata.

Alejandro e Álvaro continueranno a baciarsi negli stadi, forti anche della consapevolezza che, al di fuori dell’anonimato di internet, all’interno degli impianti sportivi nessuno li ha mai attaccati fisicamente o verbalmente. Una lezione che ogni lega sportiva dovrebbe fare propria: nessun atleta dovrebbe mai scendere in campo portando sulle spalle il peso di dover giustificare chi ha scelto di amare.

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