Uno sport estremo: correre nel grande vuoto

A me piace correre. E correre nel deserto è la cosa più immediata che ci possa essere. Il deserto era lì prima del tartan e delle strade di New York, quindi una corsa nel deserto è più naturale della New York City Marathon.” (Marco Olmo)

di Gigi Marchitelli

È chiaro, ci sono diversi tipi di Maratona: quella olimpica, ovviamente (42,195 km), quelle cittadine – la più famosa ed ambita è certamente quella di New York, quelle celebrative, le mezze maratone (21,097 km), quelle in condizioni estreme e persino le ultramaratone (in media tra i 150 ei 250 km). Essendo ormai centinaia le maratone in giro per il mondo, qualcuno le ha anche definite per categoria: di beneficenza, by night, polari, per le famiglie, di divertimento puro
Ora, Marco Olmo (Alba, 1948, cuneese di Robilante) è uno specialista di ultramaratone in condizioni estreme (UltraTrail) e ci racconta questa esperienza (e la sua personale filosofia) nei suoi libri, l’ultimo dei quali “Correre nel grande vuoto” dedicato appunto alla corsa nel deserto. Anche qui, deserto può voler dire tante cose diverse, ma credo che Marco Olmo le abbia provate tutte, o quasi: a partire dalla Marathon des sables, 250 km nel deserto marocchino da percorrere in sette giorni in autosufficienza alimentare (la sua prima ultramaratona, fatta a 48 anni nel 1996 e da allora ripercorsa una ventina di volte), fino al deserto libico (Desert Marathon) al deserto della Giordania (Desert Cup), dalla terribile Valle della Morte in California (Badwater Ultramarathon) fino alle zone desertiche dell’Islanda, passando per il deserto di sale della Bolivia, la Namibia, la Transvulcania nelle Isole Canarie, l’Ultra-Trail du Mont-Blanc (170 km con 10.000 metri di dislivello, tra Italia, Francia e Svizzera, una delle gare più dure al mondo). E molte, molte altre. Nel 2009 in occasione del Campionato del Mondo IAU individuale di UltraTrail si è classificato primo nella categoria veterani (e qui vanno citate almeno tre donne che si sono battute ai vertici mondiali dell’UltraTrail: Cecilia Mora, Maria Chiara Parigi e Silvia Rampazzo).

Marco Olmo

Quando ha l’occasione di partecipare per la prima volta alla Marathon des Sables Olmo conosce già il deserto, ma da turista, dal finestrino di un’auto e con l’aria condizionata accesa; e pratica già la corsa, ma di piccolo cabotaggio, nella valle alpina dove è nato, a Robilante. Quella Marathon Des Sables è un successo, nella classifica generale si posiziona terzo, facendosi notare dal pubblico e dalla stampa internazionale, e il deserto gli entra dentro, cambiando il suo modo di correre. È da quel momento, infatti, che la sua specialità diventa la lunga distanza, da affrontare prima di tutto con una qualità che diventerà la sua cifra: la resistenza.
Di sé, infatti, racconta: “Io non sono un purosangue, sono un mulo. Però ho una determinazione e un misto di gambe, cuore, fiato e testa che portano anche un mediocre a vincere. Se mi avessero messo a correre una 10.000 metri piani sarei stato una nullità. Però sulle lunghe distanze me la cavavo. I francesi dicevano che non avevo un passo da conquistatore, ma da sfiancatore di avversari”.

Solitudine, fatica, bellezza, immensità, umiltà. Sono queste le caratteristiche che immediatamente traspaiono non appena si inizia a leggere Correre nel grande vuoto, 9.000 km fatti di corsa nel deserto compressi in 190 pagine. E passione, certamente. Una passione che nel libro traspare fin da subito, una passione che ha dettato anche l’orgoglio di aver lasciato la propria impronta tra i più grandi. Il libro, dalla scrittura semplice ma curata, trasmette tanto e racconta il puro piacere per la corsa e la competizione. Olmo, narrando semplicemente gli accadimenti della sua vita di atleta, riesce ad evocare e a farci immaginare gli ambienti, la fatica, le emozioni vissute in quei luoghi straordinari che forse mai ci capiterà di vedere. O comunque di vedere come lui li ha visti e vissuti.

Correre nel grande vuoto è la storia di un uomo che ha sognato il deserto, che ha sognato il riscatto sociale attraverso lo sport, la fatica e la sofferenza. La storia di un boscaiolo, poi camionista, operaio e ancora addetto all’escavatore di una cava in una valle ai più sconosciuta, che ha saputo trovare la sua strada dove le vie non esistono: nel grande vuoto. Nel luogo in cui perdersi è apparentemente impossibile: “Era sufficiente andare dritti. O almeno così credevo. Quella mattina scoprii che era impossibile orientarsi nel grande vuoto. Anche in questo il deserto si era rivelato indomabile”. Indomabile come era, ed è tutt’ora, il desidero di tornare a correre tra quei paesaggi, il desiderio di tornare dove la sabbia sprofonda sotto i piedi e gli spazi sono immensi e desolati.

Correre nel grande vuoto
di Marco Olmo
editore: Ponte alle Grazie, 2018
pagine: 192
prezzo: 14,90 euro

«Finché il corpo me lo consentirà, io correrò. D’altronde gli animali fanno così, corrono fino all’ultimo respiro. Ogni gara è come una nuova vita che vivo. Tutte le volte che si riparte da capo, si scoprono gli avversari, ci si riscopre dentro, e si riscopre anche ciò che si ha attorno. Il deserto, “il più bello e il più triste paesaggio al mondo”, non è mai uguale a se stesso. E sono sicuro che qualche altro deserto, qualche altro grande vuoto, ancora mi sta aspettando.» Marco Olmo

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