Bentornato calcio in tivù, con qualche perplessità

Il calcio è ripartito, viva il calcio. Siamo i professionisti del divano, gli appassionati che sfrattano figli, moglie e fidanzate per accorrere in massa a vedere due semifinali di Coppa Italia. Rai1 gongola: più di otto milioni di spettatori per Juventus-Milan (8.277.000 con share del 34%) più di 7 per Napoli-Inter (7.119.000, share del 32.3%): sono dati forniti da Auditel, la società che raccoglie i dati degli ascolti televisivi.

Non interessa a nessuno che sei società di Serie C (categoria anch’essa professionistica) abbiano deciso di non partecipare ai play off e play out che inizieranno il Primo luglio, perché sono troppo alti i costi per mettere in sicurezza atleti, accompagnatori e personale indispensabile per lo svolgimento di una partita. Si continua a ragionare come se il Covid non fosse esistito, come se la pandemia non avesse inferto una sequela di lutti e malattie più o meno gravi. Qualora qualcuno abbia ancora dei dubbi, è sempre il dio (D rigorosamente minuscola) denaro a comandare.

Nel 2017 (ovvero due anni e mezzo fa) il calcio nostrano era salito sul gradino più basso del podio dell’industria italiana: terza posizione dopo la pubblica amministrazione e il settore della finanza. Nel 2018/2019 l’industria calcio ha generato un fatturato di 2,7 miliardi, pagando nel suo complesso circa un miliardo di tasse allo Stato italiano. Con questo miliardo, è uno dei finanziatori più importanti anche degli altri sport.

Forte di questo esborso, è chiaro che non si poteva non tornare a offrire il calcio in tivù. Confessando di essere telespettatore occasionale del calcio, mi sono tuttavia “appoltronato” per queste prime due partite post-Covid e l’unica novità che ho notato è stato l’aumento vertiginoso degli inserimenti di pubblicità a partita in corso. Anche la Rai si è arresa al dio denaro.

Foto di copertina da sscnapoli.it

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