Dove lo sport diventa una colpa: La rivincita delle calciatrici afghane

di Emanuele Di Casola

Dopo la (nuova) presa del potere dei Talebani dello scorso agosto, una squadra di calcio di Herat ha trovato accoglienza, e mezzi, in Italia. Ma non per tutte il destino è così dolce  

Uno sport, il calcio, spesso criticato, anche ragionevolmente, per la sua caratteristica di polarizzare. Unire per dividere, verrebbe da dire. Ma verrebbe anche da dire che al di là di tutto alcune storie sono belle e basta, catturano e conquistano, semplicemente. Storie di calcio, non quello dei milioni e dei riflettori, di guerra, neanche iniziata, di radicalismo e repressione, soprattutto nei confronti delle donne. 

Si parla di Afghanistan, le cui vicende ormai da qualche mese sono uscite dal raggio di interesse dei media italiani e non (Sportopolis ne aveva parlato qui). Vicende vittime della classica dinamica di accettazione che permea molti dei fatti che per qualche tempo popolano le prime pagine con titoli a quattro colonne. Ci si abitua e si perde l’interesse, ma dal ritorno dei talebani resta, tuttavia, un regime oppressivo ed estremista. Ma soprattutto restano le storie raccontate: storie di fuga, di lotta, di attentati, di speranza

Lo sport, in questo senso, è legato indissolubilmente all'”uragano” che ha colpito il paese, riportando i diritti delle donne indietro di vent’anni. 

Fuggire per coltivare una passione

Donne, calciatrici, che per continuare a inseguire il proprio sogno sono state costrette a fuggire dalla propria terra, dai campi che hanno sempre calpestato. Tutto per evitare di finire nella morsa di una società che reprime con forza ogni loro sussulto di umanità, di normalità come a noi conosciuta.

Donne e calciatrici (tra le più fortunate, va sottolineato) che da Herat, in Afghanistan occidentale, hanno trovato accoglienza lo scorso autunno a Coverciano, nella casa degli Azzurri. La rivincita delle calciatrici afghane nasce da un’iniziativa che ha visto la collaborazione di FIGC (Federazione Italiana Giuoco Calcio), Assocalciatori, Assoallenatori, COSPE Onlus e Caritas. Il lavoro di queste associazioni si è concretizzato a inizio anno con l’ingaggio di alcune calciatrici della squadra di Herat, denominata Bastan Football Club, da parte della squadra femminile del Centro Storico Lebowski di Firenze.

Il C.S. Lebowski, una società cooperativa sportiva costituita dai suoi stessi tifosi, ha annunciato l’ingaggio di Fatima, Susan e Maryam a fine gennaio, auspicando un percorso di condivisione di “Percorsi sportivi, politici e umani”.
Fonte foto: Facebook Centro Storico Lebowski

La stessa COSPE, un’associazione no profit di cooperazione internazionale, ha lanciato la campagna di raccolta fondi #Unasolasquadra. Lo scopo, riporta COSPE, è “Garantire a tutte le donne afghane protezione dalle violenze, tutela delle libertà fondamentali, rispetto dei loro diritti umani e civili”.

La rivincita delle calciatrici afghane

La rivincita delle calciatrici afghane è fatta di passione e solidarietà, tradotta per le ragazze di Herat nell’inizio di una nuova vita. Era il 17 dicembre scorso quando a Coverciano le associazioni citate hanno dato il via al percorso di accoglienza delle ragazze del Bastan F.C. Un percorso caratterizzato da un supporto a 360 gradi, a partire dalle attrezzature per gli allenamenti, a mezzi di trasporto per vivere la quotidianità, fino all’attivazione di corsi di apprendimento della lingua italiana e alla messa a disposizione di mezzi di comunicazione per lo studio e il lavoro.

Iniziative che innalzano lo sport a filo conduttore tra i popoli più lontani,  per cultura o geografia, nonché a bandiera e grido di libertà. Soprattutto per ciò che riguarda in paesi che vedono la passione come oltraggio al pubblico pudore. 

Tutto ciò accade ancora, tuttavia, per altre centinaia di calciatrici afghane, che hanno alzato il loro grido tramite la pagina Facebook ufficiale della nazionale afghana di calcio femminile, accusando la FIFA di aver voltato le spalle nonostante le promesse di un’evacuazione, e sottolineando il fatto che molte di loro sono ancora costrette a nascondersi con l’unica colpa di aver amato uno sport. 

Foto di copertina: osservatorioafghanistan.org

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