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Ai margini della guerra

Ieri l’Australia ha concesso asilo a sei giocatrici di calcio femminile dell’Iran in trasferta nel Paese per la Coppa d’Asia, nel timore di subire persecuzioni in patria per non aver cantato l’inno nazionale prima di una partita.

di Gigi Marchitelli

C’è un pizzico d’Italia nella travagliata storia del calcio femminile in Iran. Nel 1971, infatti, la nazionale italiana venne invitata a Teheran, dove giocò due incontri (entrambe vinti) con la rappresentativa iraniana. Dopo il 1979 e la rivoluzione islamica, una lunga battuta d’arresto: fino al 2005, quando la nazionale femminile iraniana ottenne nuovamente il permesso di giocare.  Solamente davanti a un pubblico femminile, solamente in edifici al chiuso e sempre indossando l’hijab. Nonostante queste limitazioni, dalla sua rinascita la squadra ha partecipato ai campionati dell’Asia centrale (CAFA) e a quelli dell’Asia occidentale (WAFF) ma anche alla Coppa d’Asia (AFC Women’s Asian Cup).
In questi giorni si disputa appunto la Coppa d’Asia, dal 1º al 21 marzo, in Australia.

Due giorni dopo l’assassinio della Guida suprema, Ali Khamenei, la squadra scende in campo contro la Corea del Sud a Gold Coast, non lontano da Brisbane. Le giocatrici non cantano l’inno nazionale, né fanno il saluto militare. Forse un gesto di protesta per la morte di Zahra Azadpour, calciatrice iraniana ed ex compagna delle giocatrici della Nazionale, uccisa dalle autorità iraniane lo scorso 9 gennaio per aver preso parte a una manifestazione anti-governativa a Karaj (capoluogo della provincia di Alborz, nella parte centro-settentrionale del Paese), nell’ondata di repressione brutale che ha anticipato questo conflitto.

Ma in patria, il gesto viene letto come un tradimento, nel momento in cui il Paese è sotto attacco. La squadra è blindata, la sicurezza iraniana ha affittato un intero piano del resort australiano e impedisce l’ingresso a chiunque: praticamente, la squadra è prigioniera. Per ricostruire le tensioni e i dubbi di questi giorni, è opportuno rivedere un film che abbiamo consigliato a suo tempo, Tatami, anche se quella vicenda era ambientata nel mondo dello judo.

Nelle successive partite dell’Iran alla Coppa d’Asia femminile, contro Australia e Filippine, rispettivamente il 5 e l’8 marzo, in entrambi i casi, la Nazionale iraniana ha sempre cantato l’inno facendo il saluto militare, ma ormai il vaso di Pandora era stato aperto.

E si arriva così a ieri, quando cinque delle giocatrici dell’Iran hanno deciso di disertare per chiedere asilo politico al governo australiano. Parliamo di Zahra Ghanbari, capitana della Nazionale, Fatemeh Pasandideh, Zahra Sarbali, Atefeh Ramezanizadeh e Mona Hamoudi. A queste si è poi aggiunta Mohadese Zolfi, di 21 anni. Se il resort era una prigione controllata a vista da guardie del corpo, certamente è stata necessaria una fuga. E, prima di questa, di una decisione. “Se tornano in Iran, potrebbe essere perché temono per le loro famiglie. Se restano in Australia, potrebbe essere perché temono per la propria vita”. A nessuno si può augurare un simile dilemma. Ora l’Australia ha concesso l’asilo politico, ma rimane lo strazio per le famiglie rimaste in Iran, per la guerra in atto, per il futuro incerto.

Foto di gruppo di una selezione nazionale persiana e di una selezione di calciatrici italiane in un’amichevole nel 1971 a Teheran.

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