Il fantino che vinceva (quasi) sempre
Cosa devo fare affinché tu possa amarmi di nuovo?” “Morire e poi rinascere”.
di Gigi Marchitelli
Lo so, tutti e quattro i miei lettori attendevano la recensione del magico Timothée Hal Chalamet nei panni del virtuoso statunitense del ping pong Marty Mouser. Ma dovrete attendere, né sono certo che quella recensione arriverà mai.
Vi parlo invece di un film passato nei cinema la scorsa estate e solo ora sbarcato su Prime (a pagamento, ma i soldi spesi per il noleggio li vale tutti), premio per l’inclusione e la sostenibilità a Venezia 81 (2024), del regista argentino Luis Ortega. El Jockey, “il fantino” è il titolo, ambientato nel mondo delle corse di cavalli all’ippodromo di Palermo, Buenos Aires.
È un film di immagini, costruito per accumulo. Segnalo alcuni momenti: lo stretching dei fantini prima della corsa, il corridoio sotterraneo che porta alle gabbie di partenza – rivolgetevi alla Vergine: può essere miracolosa.
Lo sguardo è assente e allo stesso tempo perturbante, con due iridi diverse una dall’altra. Sale su una bilancia – gesto abituale per un fantino prima della gara – e non pesa nulla.
La banda militare, a cavallo, lo attraversa, per strada e lui non si scompone, né viene notato, nonostante la vistosa pelliccia. Mantiene lo sguardo fisso, altrove.
La trama è semplice. Remo Manfredini è un fantino acclamato indebitato con la malavita: le dipendenze da droga e alcol ne stanno compromettendo la carriera. Soprattutto, sembra avere una sete insaziabile di disastro. Il boss della sua scuderia, il mafioso Sirena, comincia a perdere la pazienza, benché Abril, fidanzata di Remo, vinca le gare al posto suo. Durante una gara importante, Remo ha un grave incidente e finisce in coma: al suo risveglio assume un’identità femminile, con i nomi di Dolores e poi Lola, e vaga per Buenos Aires in stato confusionale. I gangster, consapevoli che da lui non potranno più ricavare un centesimo, gli danno la caccia per toglierlo di mezzo.
In questa cornice essenziale si articola un film transgender inteso in senso ampio. Perché transita tra i generi e i richiami a grandi autori del cinema, creando senso e poesia, interrogazione e fascino, invece che suscitare un fastidioso manierismo citazionista come si potrebbe temere. Ma anche perché riguarda l’identità di genere. Più esattamente qui si transita tra i generi come un flusso, un flusso ipnotico che in definitiva è tipico della concezione surrealista poiché per il movimento surrealista il cinema, in quanto flusso di immagini, era potenzialmente uno strumento principe per rivelare quello che nasconde, quel che cova il nostro inconscio. E non vi è dubbio che il film di Ortega abbia una matrice surrealista.
Nel film tutto è liquido, anche le interpretazioni dei due attori protagonisti, che bucano lo schermo immergendosi nell’anima e nel corpo di due esseri in continua evoluzione, plastici, fluidi e complementari.
Parliamo dell’attore argentino Nahuel Pérez Biscayart (una lunga carriera, ma visto recentemente nel film francese “Centoventi battiti al minuto” e in “Lezioni di persiano” di Vadim Perelman) che interpreta Remo Manfredini e di Úrsula Corberó (celebre per essere la Tokyo in “La casa di carta”), Abril. Ma non meno incisive le interpretazioni di Daniel Giménez Cacho, il boss Edgardo Sirena, e di Mariana di Girolamo (vista come protagonista in “Ema” di Pablo Larraín e nella serie cilena “Vencer o morir”, dove interpreta Cecilia Magni Camino, la sociologa cilena diventata Comandante Tamara nella guerriglia contro il sanguinario regime di Pinochet negli anni ‘80).
Rimarchevole anche la colonna sonora e il suo uso, in un film caratterizzato da dialoghi scarni e brevi.
Un film libero e trascinante come un ballo, che racconta di una rinascita e della ricerca della propria identità.

El Jockey di Luis Ortega
Titolo originale: El Jockey
Nazione: Argentina, Messico, Spagna, Danimarca, Stati Uniti
Anno: 2024
Genere: drammatico, sportivo
Durata: 96′
Cast: Nahuel Pérez Biscayart, Úrsula Corberó, Daniel Giménez Cacho, Mariana di Girolamo
Visibile su Prime Video.