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Quando l’antidoping cancella il diritto alla vita privata

I recenti controlli notturni al Tour de France riaccendono il dibattito sulla regola della reperibilità costante. La denuncia di Gianfranco Di Pretoro ci ricorda che, prima di essere campioni da esaminare, gli atleti sono esseri umani con un inviolabile diritto alla privacy.

di Cristian Salvatore Miglietta

Roma, 23 luglio 2026 – La nostra quotidianità conta, nella maggior parte dei casi, di un momento fondamentale: quello in cui si chiude la porta di casa alle proprie spalle. È lo spazio del riposo, della famiglia, del silenzio. Per uno sportivo professionista, però, questa porta rischia di non essere mai veramente chiusa. Svegliarsi nel cuore della notte per l’irruzione di un ispettore che deve verificare i valori del sangue solleva un interrogativo che va oltre il regolamento: fino a che punto la ricerca della lealtà sportiva può spingersi prima di invadere la dignità umana?

I blitz al Tour de France e una battaglia lunga quindici anni

La domanda è tornata prepotentemente d’attualità durante il Tour de France 2026, segnato da discussi controlli antidoping effettuati in orari notturni. A prendere una posizione netta è Gianfranco Di Pretoro, figura storica della Federazione Ciclistica Italiana nel Lazio e da sempre attento alla tutela dei corridori. Attraverso una lettera aperta inviata ai vertici di CONI, WADA e NADO Italia, Di Pretoro ha definito senza mezzi termini “disumana” questa prassi.

La sua presa di posizione odierna è in realtà il proseguimento coerente di una battaglia iniziata molti anni fa. Già nel maggio del 2011, infatti, Di Pretoro aveva presentato tramite l’avvocato Francesco Di Pretoro un’articolata istanza legale al CONI, rimasta senza alcuna risposta formale. L’obiettivo era, ed è tuttora, chiedere una revisione profonda del sistema di controlli, per evitare che le normative si trasformino in uno strumento di compressione delle libertà individuali.

Il peso della regola del “whereabouts”

Al centro della denuncia c’è la regola del whereabouts (la reperibilità), un pilastro del codice mondiale antidoping. Questa norma impone agli atleti inseriti nei registri nazionali di comunicare costantemente i propri spostamenti, garantendo la reperibilità 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno. Questo significa dover segnalare indirizzi, orari di allenamento, soggiorni saltuari e persino le vacanze familiari.

Secondo Di Pretoro, un’applicazione così pervasiva della norma crea una condizione di perenne sottomissione psicologica. L’atleta viene privato della propria privacy e costretto a subire ingerenze continue nella propria vita privata, trasformando l’esigenza del controllo in una vera e propria limitazione della libertà personale. Tutto questo in aperta violazione dei principi sanciti dalla Costituzione Italiana, tra i tanti, e dalle convenzioni internazionali per i diritti dell’uomo, che tutelano l’inviolabilità del domicilio e il rispetto della vita privata.

L’essere umano prima della medaglia

Il nodo della questione non è fermare la lotta al doping. Assicurare una competizione leale è un principio cardine dello sport. Il problema risiede nel metodo e nel rispetto dei limiti. Di Pretoro, appellandosi al buon senso delle istituzioni, chiede che i concorrenti vengano controllati in concomitanza delle gare, sfruttando gli strumenti scientifici moderni come il passaporto biologico. Chiede, in sintesi, di mettere fine a un accanimento freddo che colpisce gli atleti anche quando sono lontani dalle competizioni.

Prima di essere una macchina da prestazione, l’atleta è un essere umano. E come tale, ha il diritto di vivere la propria esistenza e i propri affetti con serenità, fuori dall’ansia di un’ispezione a sorpresa. Le regole devono proteggere lo sport da chi bara, ma non possono chiedere in cambio l’identità di chi scende in campo. Perché un sistema che per garantire la correttezza di una gara non sa tutelare il sonno e la quiete delle persone, è un sistema che ha perso di vista il suo valore più importante: l’umanità.

Foto di A.S.O./Bastien Seon relativa al Tour de France 2026

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