Luciano Caldara bloccato a Dubai sotto le bombe: la Pegasus chiede l’invervento della Farnesina
Sotto le bombe e con lo spazio aereo chiuso, l’allenatore della squadra di calcio a 5 attende un volo per l’Italia. Mentre gli altri paesi evacuano i propri cittadini, l’appello della società: “Riportatelo a casa”.
di Cristian Salvatore Miglietta
Roma, 4 marzo 2026 – Ci sono partite in cui la tattica non serve e la lavagnetta degli schemi rimane vuota. Sono quelle in cui l’avversario non indossa una maglia diversa, ma ha il rumore sordo dell’escalation militare. È la partita, angosciante e surreale, che sta giocando in queste ore Luciano Caldara, tecnico della squadra di calcio a 5 (Serie D, FIGC) della Pegasus Sporting Club.
Caldara si trova a Dubai, intrappolato in un limbo sotto la minaccia dei bombardamenti che hanno paralizzato l’area e costretto alla chiusura dello spazio aereo. Quello che doveva essere un semplice scalo di transito per fare rientro in Italia si è trasformato in una sala d’attesa senza certezze.
Il silenzio delle istituzioni e l’attesa
La cronaca di queste ore ci restituisce un’immagine amara, che stride con il concetto di comunità internazionale. Dai messaggi che filtrano dallo scalo emiratino emerge un senso di incertezza profondo. Mentre i viaggiatori di altre nazionalità ospitati nella stessa struttura alberghiera iniziano a ricevere direttive chiare e indicazioni per i voli di rientro, gli italiani sembrano essere finiti in un cono d’ombra. Nessuna comunicazione ufficiale, nessuna tempistica. Solo la paura che la situazione possa precipitare da un momento all’altro.
L’appello: la Farnesina batta un colpo
La Pegasus Sporting Club non lascia indietro nessuno. La dirigenza ha lanciato un appello perentorio e disperato alla Farnesina: serve un intervento immediato. Non si chiedono rassicurazioni di facciata, ma l’attivazione tempestiva di un corridoio aereo o di soluzioni diplomatiche straordinarie per garantire un rientro in sicurezza. Non solo di Caldara, ma di tutti gli italiani bloccati lì.
La società, lo staff tecnico, gli atleti e le famiglie sono in contatto costante con Luciano. I messaggi fanno la spola tra l’Italia e l’estero, cercando di colmare con il calore umano la distanza siderale creata dalla burocrazia e dal conflitto.
Oggi la Pegasus non chiede ai suoi ragazzi di vincere un campionato. Chiede allo Stato italiano di fare il suo dovere: proteggere i propri cittadini. Perché il fischio finale di questa assurda partita può darlo solo la diplomazia. E il tempo, quando si è sotto scacco, scorre molto più veloce che sul tabellone di un palazzetto.