Irritante, metaforico Marty
– Lascia che ti chieda una cosa. Ci fai soldi con questa storiella del ping pong?
– Non ancora.
– Hai un lavoro?
– No. Cioè, il ping pong è il mio lavoro.
– Come vivi?
– Vivo con la fiducia che se credo in me stesso, i soldi arriveranno.
– Come paghi l’affitto?
– Non lo pago”.
(Dialogo tra Kay Jones e Marty Mauser)
La storia del giocatore di tennis da tavolo Marty Reismann riletta da Josh Safdie e reinterpretata da Timothée Chalamet, Marty Supreme, è stata in egual modo amata e odiata al cinema, non ottenendo in fin dei conti nessun premio di rilievo. Una chiave di lettura del film e delle reazioni.
di Gigi Marchitelli
Irritante. Imbarazzante. Eileen Jones, su Jacobin ha scritto: “Tutti concordano nel dire che Marty Supreme è un film da non perdere. Io l’ho detestato con forza, ma indubbiamente va visto. Perché un’opera che mi dovrebbe piacere tantissimo, fatta da persone dal talento incredibile, non mi è piaciuta? Un film che parla della lotta delle classi popolari contro ostacoli impossibili, in un mondo progettato per ostacolare i lavoratori a ogni passo, ossia la mia più grande ossessione?”. Ed è davvero difficile dissentire. Inoltre, lo stesso regista Josh Safdie nega si tratti di biopic sportivo. E allora? Andrò dritto al punto: Truman Capote, in “A sangue freddo” ci ha raccontato negli anni ’50 un’America che non conoscevamo, quella profonda del Middle West, molto diversa dalla realtà newyorchese o californiana. A mio parere Josh Safdie ci racconta attraverso questo film l’America di oggi, che peraltro è il percorso intrapreso da molti anni da Safdie, da Lenny Cooke a Diamanti grezzi. Sarà un caso che il titolo non riguarda una persona, ma un prodotto? Marty supreme è infatti una pallina da tennis, che il protagonista per motivi tecnici fa colorare in arancione (arancione!). Ma non sto parlando solo del tizio arancione che indispone tutto il mondo. Sto parlando dell’ambiente in cui è nato e cresciuto (e in cui non è affatto amato, ma tant’è), dei valori reali che veicola quell’ambiente e che il tizio in questione ritrasmette in modo esuberante, bombastico, eccessivo. Insomma, il film è complesso, ci sono camei di una decina di personaggi famosi, un cast stellare che comprende Abel Ferrara, oltre allo stesso Timothée Chalamet, a Gwyneth Paltrow, a Odessa A’zion. La trama devia parecchio dalla vicenda reale del giocatore di tennis da tavola Marty Reismann, ci sono un sacco di cose che ci appaiono illogiche e sconcertanti. Ma se lo leggiamo come un racconto di cosa sono gli Stati Uniti oggi, molte cose ritornano.

Eileen Jones trova sorprendente, per esempio, che Kay Jones (Gwyneth Paltrow), una attrice ancora bella, ricca, che certamente potrebbe permettersi di meglio, si faccia abbindolare da Marty e dalla sua granitica certezza del successo. Ma non è allo stesso modo sorprendente che la ricca e ancora bella Europa si lasci abbindolare da un venditore di fumo e creatore di guai americano (guai che poi cerca di far sbrogliare ad altri, tale e quale come nel film)? L’alternarsi di ambientazioni squallide e trascurate (la realtà) a suite lussuose (il sogno, sognare in grande è il sottotitolo del film), l’assoluto disprezzo di tutto e tutti che contrasta con l’estasi finale per il figlio appena nato (che non voleva e anzi osteggiava), il lasciare lungo la strada distruzioni sempre maggiori e anche morti, tutte cose indifferenti rispetto all’obiettivo, che è (nel film) andare in Giappone per sconfiggere il numero uno al mondo, un giapponese che ha battuto Marty agli open di Londra (spoiler: non ci riuscirà, e anche qui siamo nel pieno della metafora. Marty giocherà e batterà il suo avversario, ma in un incontro amichevole durante un evento promozionale, nient’affatto in una regolare gara di campionato. Questo gli basta, ma gli fa rompere il contratto che aveva con il marito miliardario di Kay Jones. Però, con questa vittoria fittizia si accattiverà le simpatie dei militari americani di stanza in Giappone, che lo caveranno dai guai riportandolo in patria con loro, metafora nella metafora).
Marty è megalomane, egocentrico, spregiudicato, circondato di canaglie: il tennis da tavolo gli interessa per sbarcare il lunario – come il vero Marty, lo vediamo giocare in sale di quart’ordine dove si scommette, si esibisce in un numero comico di tennistavolo come spettacolo di apertura delle partite degli Harlem Globetrotters, usando padelle da cucina invece che racchette, fondendo abilità tecnica e comicità in uno show fuori dagli schemi. Ma soprattutto, crede che questo lo porterà al successo e che con il successo arriveranno i soldi e la bella vita. Chalamet si è preparato a lungo a questo ruolo, imparando davvero a giocare e giocando a un certo livello.
Tuttavia, il film è una lunga fuga che non porta a nulla o quasi. Come nulla o quasi è il risultato in termini di premi. Molte candidature, scarsi risultati, giusto un Golden Globe a Chalamet, che poi si è giocato l’Oscar con alcune improvvide dichiarazioni sull’opera e sulle arti coreutiche. Ma sarà davvero così? Non sarà che i membri dell’Academy (e la stessa Eileen Jones, e altri critici) in questa storia picaresca e imprevedibile si sono riconosciuti, come in uno specchio, e ciò che hanno visto non gli è piaciuto?

Marty Supreme di Josh Safdie
Titolo originale: Marty Supreme
Nazione: Stati Uniti
Anno: 2025
Genere: sportivo, drammatico
Durata: 150′
Sceneggiatura: Ronald Bronstein, Josh Safdie
Cast: Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow, Odessa A’zion, Kevin O’Leary, Tyler Okonma, Fran Drescher, Abel Ferrara, Sandra Bernhard
Visibile, a pagamento, su Prime Video.